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Editoriale

La crisi immobiliare in Cina: perché Pechino è a un bivio

Pechino è a un bivio

20 Agosto 2023, 13:00

Il mondo finanziario internazionale è stato invaso dell’incertezza dopo che la più grande società immobiliare cinese ha portato «i libri in tribunale» a New York. Com’è noto, in America la legge è molto protettiva nei confronti degli imprenditori in difficoltà, al fine di consentire una ristrutturazione rapida dell’impresa in crisi finanziaria. Ma il livello d’insolvenza è obiettivamente enorme, 340 miliardi di dollari, pari a ben oltre il 10% del debito pubblico italiano. Le ragioni della crisi di Evergrande erano da tempo ben note. Oltre ai tanti documentari sulle nuove città cinesi, completamente vuote per la mancanza di acquirenti degli appartamenti costruiti, già nell’autunno del 2021 aveva dichiarato il default sul proprio debito in dollari.

Peraltro Evergrande non è l’unica, anche un’altra grande società cinese, la Country Garden è in crisi per debiti oltre 200 miliardi, assieme ad altre società di minore importanza.

La crisi di Evergrande è un grande problema dell’economia cinese, perché il settore delle costruzioni rappresenta per la Cina ben un terzo di tutta la sua attività economica.
L’esempio cinese è un errore «classico» nella teoria dello sviluppo. I paesi che vogliono accelerare nella crescita del Pil investono a debito nel settore delle costruzioni, perché questo non richiede tecnologie innovative, comunque dà lavoro a tante persone, ed è finanziato direttamente dal risparmio dei nuovi acquirenti. Ma se poi la domanda di nuove costruzioni si ferma, il settore crolla. Come è successo in Cina.

Più o meno, ma ovviamente in dimensioni molto minori, è quello che successe in Italia nel ’63-64, e che pose fine al lungo boom italiano del dopoguerra.
Purtroppo - come gli economisti hanno scritto da tempo - la crescita la si può agevolare nel lungo termine, anzitutto con investimenti nell’istruzione, ma non la si può accelerare troppo oltre i propri limiti «naturali» (dati dalle potenzialità produttive - soprattutto della forza lavoro - e competitive del paese). In ogni caso la crescita viene dall’aumento dei consumi interni (il vero motore della crescita del Pil), coniugati con un sano equilibrio dei conti con l’estero.
Di fronte alla crisi, in Cina ora s’immagina un intervento risolutore del governo cinese, che intervenga con decisione nella crisi del settore immobiliare. Questo potrà esserci per salvare la situazione nel brevissimo periodo, ma non potrà emergere in un’ottica di lungo periodo. Perché l’eventuale salvataggio può avere soltanto due alternative, entrambe con effetti drammatici.

Il primo - far fallire il sistema delle costruzioni (improbabile) - avrebbe un impatto drammatico sul risparmio privato dei cinesi investito nelle costruzioni, che a cascata dal fallimento delle imprese, perderebbe tutto il suo valore. E questo non esclude sommovimenti popolari, drammatici, non nuovi nella storia politica cinese. Oltre una certa soglia, la rivolta sociale metterebbe addirittura a rischio la sopravvivenza del Partito comunista cinese, così com’è radicato oggi nel paese. Già oggi la disoccupazione giovanile oltre il 20 percento, molti dei quali iper-qualificati con laurea Stem, solleva grandi problemi.

Il secondo (l’intervento più probabile) è quello di un intervento del governo cinese, che subentra come garante nei debiti delle società di costruzioni in crisi finanziaria. Ma questo finirebbe per avere effetti-domino, assolutamente non voluti dal programma di governo presidente Xi.
Questo secondo intervento porterebbe ad un drammatico aumento del debito pubblico cinese, già al 240 percento del Pil, con due conseguenze non volute. La prima è di carattere psicologico: l’aumento dell’incertezza per l’aumento del debito rallenta tutta l’attività economica, dal rallentamento dei consumi al blocco degli investimenti, con conseguente riduzione della crescita del Pil ben al disotto dell’attuale 5 per cento (già magro per la fame di crescita della Cina). La svalutazione aumenta le esportazioni, sempre che il resto del mondo sia disponibile ad importare i prodotti cinesi (America in primis).

Il secondo effetto dell’aumento del debito riguarda la tenuta del tasso di cambio del renmimbi, già in discesa in questi giorni. Una svalutazione metterebbe a rischio i grandi progetti della Cina per il futuro della propria moneta, come solida alternativa al predominio del dollaro. Per non parlare del finanziamento del progetto di rete di infrastrutture internazionali della nuova Via della Seta. Per «tenere il tasso di cambio» bisogna aumentare i tassi d’interessi, e questo non fa che aumentare il peso del debito attraverso l’aumento degli interessi.

Qualcuno parla di un nuovo rischio Lehman Brothers, qualcun altro parla di «momento Mishkin» (economista che ha scritto di crisi finanziarie), ma con un errore di geografia: non riguarda gli Stati Uniti, ma il suo maggior antagonista, la Cina. Quella stessa Cina che è stata protagonista dello sviluppo mondiale degli ultimi 40 anni, grazie alle sue esportazioni negli Stati Uniti ed alla conseguente globalizzazione dell’economia internazionale.

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