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La lezione del dottor Ancelotti: «Il calcio? La mia scuola di vita»

La lezione del dottor Ancelotti: «Il calcio? La mia scuola di vita»

12 Ottobre 2023, 03:01

Nella commozione che sgorga dai suoi occhi e dalla sua voce quando il pensiero corre agli affetti più cari – la famiglia, la moglie, i figli, i nipoti – risiede la straordinaria carica umana di Carlo Ancelotti. È in quell'istante che emergono prepotentemente i suoi valori, saldi. Le sue idee, brillanti. Quella naturale semplicità che scaturisce dalle «origini contadine», ricordate con fierezza. Una commozione che, a detta di «Carletto da Reggiolo», tecnico in assoluto tra i più vincenti della storia del calcio e da ieri dottore in Scienze e tecniche delle attività motorie preventive e adattate, «è questione di genetica». Esattamente come il talento. Lo dice con cognizione di causa. «Perché io e mia figlia siamo esattamente come mio nonno e mio padre: ci commuoviamo nei momenti importanti. E io oggi lo sono. Mi piace essere chiamato dottore. E questa toga accademica, devo dire che mi dona particolarmente» sorride.

Il talento che non s'insegna

Ma di genetico non c'è soltanto la commozione. «C'è anche il talento» evidenzia Ancelotti nella sua Lectio doctoralis che ha voluto intitolare «Il calcio: una scuola di vita». «Ho avuto e ho ancora adesso la fortuna di allenare giocatori dal talento incredibile. Quella è una peculiarità che non si può trasmettere o insegnare. La nuova generazione di allenatori riesce a dare informazioni su cosa fare con la palla tra i piedi. Ma il talento è una cosa diversa: lo hai oppure non lo hai». Cita Maradona. «A lui, Madre natura ha donato un talento straordinario: gli si poteva insegnare semmai come gestirsi meglio. Ma, di certo, non c'era nessuno che avrebbe potuto indicargli come muoversi sul rettangolo verde».

Calciatori e campioni

«Egoismo e altruismo» secondo il tecnico del Real Madrid «segnano la differenza tra il grande calciatore e il grande campione». In questo caso si entra nella sfera forse più intima, quella dei rapporti personali. Perché partendo dal presupposto che «il calcio non è uno sport individuale bensì collettivo, e questo l'ho capito grazie ad Arrigo Sacchi, un marziano che ha rivoluzionato un mondo del calcio allora decisamente indietro», Ancelotti individua «nella buona relazione con le persone che compongono il gruppo la chiave del successo». «Io credo nella persona» afferma convintamente. «Guardo sempre quello che è, un individuo. E non quello che fa. Con i miei ragazzi, è un aspetto che metto subito in chiaro. A uno di loro chiedo: “Tu chi sei?”. Se mi risponde “sono un giocatore”, lo correggo. “No, tu fai il giocatore”. C'è una bella differenza. Certo, da allenatore posso avere più empatia con un calciatore rispetto ad un altro. Ma, alla fine, per fare bene il nostro mestiere bisogna prendere le decisioni. Ecco, in quel momento, il giocatore deve sempre saper distinguere l'allenatore dalla persona».

Leader calmo

Pazienza. Un'altra qualità che gli viene riconosciuta. «Per qualcuno essere calmi e pazienti costituisce un difetto» annota Ancelotti. «C'è chi asserisce che dovrei usare più la frusta. Ma chi afferma ciò, ha sbagliato indirizzo. Non dico che una gestione autoritaria sia sbagliata, però ritengo che più che percuotere sia maggiormente utile la persuasione. Anche questo l'ho imparato da Arrigo...». E a quanti lo definiscono un leader, Carlo V (è l'unico allenatore ad aver vinto i cinque campionati più importanti a livello europeo, ndr) risponde: «Leader lo si è fino alla prossima partita che perdi». Niente male. «In realtà – spiega il mister – in un gruppo di lavoro devi essere capace di delegare: è l'unica maniera per coinvolgere e motivare i collaboratori, senza imposizioni». E un allenatore deve, oltre a «saper ascoltare», anche «cambiare opinione, per il bene comune». E ribadisce: «La forza del collettivo prevale sempre su quella del singolo».

Equilibrio e imprevedibilità

Sterminato l'elenco di quello che il calcio ha insegnato a Carlo Ancelotti. «Rispetto degli altri, delle regole e dell'autorità rappresentata da allenatori, dirigenti e presidenti. Quindi l'impegno, la voglia di migliorare, di superare i propri limiti, lo stare al passo dei tempi. Il calcio – osserva – è cambiato, sta cambiando e cambierà, nei metodi di allenamento e anche nella stessa professionalità dei calciatori: oggi ce n'è sicuramente molta di più di quando giocavo io».

Prima la passione

Per Ancelotti il calcio è «un esercizio continuo di passione. Non è mai stato un sacrificio o un lavoro». Ma è anche una sorta di metafora della vita, dove imprevedibilità e mantenimento dell'equilibrio sono due poli opposti con i quali convivere. «L'evento imprevedibile, nel calcio, è la squadra più debole che può batterti con un tiro in porta al novantesimo. L'equilibrio, invece, è un elemento imprescindibile in un mondo che, in un attimo, ti porta dalle stelle alle stalle». E qui subentra la tempra di un essere umano, «il carattere che mi ha aiutato a gestire le vittorie e le sconfitte» chiarisce. Prima che la commozione faccia ancora capolino nei suoi occhi. E nella sua voce, interrotta da qualche singhiozzo. «Ho cinque nipoti, adesso. Mi ricordano che sono nonno e non più quel ragazzino arrivato a Parma nel 1975». Finisce qui, tra gli applausi. Meritatissimi. Perché, a dispetto degli anni che avanzano, Carlo Ancelotti piace così. Per quello che è. Un Maestro, un gigante.

Vittorio Rotolo

© Riproduzione riservata

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