Premio Sant'Ilario
Ogni anno la festa di Sant’Ilario mi muove a rivolgere alcune parole alla città. Le metto, come sempre, alla benevolenza di chi le leggerà, premettendo alcune convinzioni.
La prima: la stima e, lasciatemelo dire, l’amore verso Parma, chi la abita e, in forma particolarissima e non escludente, la sua Chiesa.
La seconda risiede nella fede, che non discrimina, ma include. L’evento celebrato nel Natale, “il Verbo di Dio si è fatto carne”, ammanta di universalità quanto Gesù di Nazareth vive da uomo. Le parole di Pilato: “Ecco l’uomo” rimarcano un tratto essenziale della verità sul Cristo e indicano chiaramente il valore universale del suo messaggio: ecco l’uomo vero, pienamente realizzato, capace di amore e di dono fino alla morte. La fede precede e porta a compimento nel “per sempre” l’essere donna e uomo, la loro relazione che si espande alla famiglia e alle varie forme sociali. Non solo non le limita, ma offre una pienezza e un compimento che non si ferma nemmeno davanti al fallimento e allo scacco della morte. Anzi, anche lì, la fede è fonte di speranza e di vita.
Le mie parole sgorgano da questa fonte e vanno verso questa foce e vorrebbero essere come un rivolo d’acqua condiviso e, spero, salutare per tutti.
Come una fontana alla quale tutti possono attingere, dove tutti ritrovarci, perché l’acqua è essenziale per l’esistenza.
CON LE CRISI NEL CUORE
Siamo passati di crisi in crisi e, su queste, il mostro della guerra è uscito dalle voragini più nere della storia e si è asse- stato sulle rovine della pandemia provocando altri cumuli di macerie: odio, violenza, morti, e la fine dei sogni di pace e di vita di intere generazioni.
L’uso di armi sempre più sofisticate ne alimenta il mercato e immani risorse vengono stanziate per uccidere, mentre potrebbero nutrire popolazioni intere e creare condizioni di sviluppo per donne e uomini, costretti invece ad emigrare. Ne abbiamo ampi segni anche nella nostra ricca Parma. Basti pensare al flusso dei profughi e dei rifugiati, al punto di non trovare più luoghi per ospitarli, ma anche alle nuove forme di povertà e ai sempre più crescenti bisogni alimentari che hanno portato la mensa della Caritas a sfiorare i novantamila pasti offerti in un anno, a cui si aggiunge il prezioso contributo della mensa di Padre Lino. Proprio nell’anno centenario della morte del Santo non ancora proclamato di Parma e dei cinquant’anni della Caritas diocesana, dobbiamo registrare questo drammatico incremento su un bisogno primario come il cibo.
In questo contesto vanno aumentando criticità sociali e relazionali caratterizzate dall’aggressività come linguaggio ordinario, fino ad arrivare a situazioni spesso drammatiche, prime fra tutte i femminicidi.
L’ampia risonanza data al rapimento di Giulia Cecchettin e alla sua uccisione, le parole del padre e la commozione dell’intero Paese hanno sollecitato fortemente la volontà di promuovere una vera e propria educazione delle relazioni da introdurre nelle scuole. Pur consapevoli che tanto è il bene che ci circonda, non si può sminuire o addirittura negare l’atrocità di questi delitti e, proprio per la posta in gioco, non possiamo non fermarci a riflettere sul valore e sulla necessità di educare i sentimenti e le emozioni.
Urgenza che non deve tuttavia essere dettata solo dall’emotività o dall’indignazione per il fatto di cronaca, ma che richiede un’attenta e scrupolosa preparazione e progettazione sul piano culturale, prima ancora che su quello specificatamente socio-psico-pedagogico.
Necessita, inoltre, del tempo del confronto, oggi sempre più raro, in modo da essere attentamente considerata nelle sue diverse componenti perché possa rispondere, nel rispetto delle diverse sensibilità culturali, alla crescita dell’intera persona umana.
Educare è questione di cuore, diceva San Giovanni Bosco, ma anche il cuore va educato. Su questo possiamo e dobbiamo iniziare tutti insieme un percorso di riflessione e di cooperazione, puntando a trovare, scoprire e far scoprire, emergere e brillare in ogni cuore quel punto accessibile al bene, al bello, al buono che, sempre San Giovanni Bosco, diceva essere in ogni persona.
CUORE
La parola “cuore” contiene in sé molti significati – qui ne cogliamo solo due – e si presta a descrivere realtà e condizioni diverse sia della persona che della città.
“Cuore”, secondo l’accezione più comune, fa riferimento al mondo dei sentimenti, delle emozioni, delle passioni, ma anche alle relazioni e in particolare a quelle affettive e d’amore o, per dirla più compiutamente, a tutta quella gamma di fasi e sfumature che vanno dalla simpatia all’innamoramento, all’amore oblativo e al loro intrecciarsi e crescere. Crinale ardito e delicato, quanto vulnerabile, quello dell’amore, capace di ebrezza e, al tempo stesso, capace di portare a stati di vita stabili e fruttuosi, ma anche a rischio di scivolare rovinosamente in forme deviate, possessive, che possono manifestarsi in violenza.
Il cuore è anche la sede interiore e dinamica delle nostre motivazioni. Un deposito, quasi uno scrigno, che con- tiene i valori e i principi del vivere e scegliere nostro e anche della nostra città. Il cuore contiene quanto per noi è insostituibile, quanto non potremmo mai rinunciare senza venire meno a noi stessi.
In forma analogica possiamo chiederci quale sia il cuore di Parma, dove ha il cuore e cosa ha a cuore la nostra città.
Domande, insieme ad altre, che sarebbe bene rivolgere a noi stessi e alle persone che ci circondano.
È dal cuore che nascono atteggiamenti, azioni e scelte, che si traducono nel vissuto quotidiano sia in orientamenti di fondo, in motivazioni, che in azioni concrete.
Al di là delle proprie capacità e della volontà personale, fattori non trascurabili, quanto il cuore contiene e la sua conoscenza costituiscono la base sulla quale si giunge a dare orientamento all’esistere, a compiere atti buoni o cattivi, che fanno crescere o fanno collassare le relazioni. Portano ad ogni età cura e amore, oppure disinteresse e, addirittura, violenza, come la cronaca della nostra città ci ha spesso messo davanti, raccontando anche diversi casi di disagio giovanile quali risse tra gruppi o atti di microcriminalità agiti da giovani, non di rado minori.
Situazioni che ci interpellano, ognuno nel proprio ruolo. Educare il cuore.
Educare genera pace. Dal piccolo al grande. Dal borgo fino ai confini del pianeta. Possiamo chiederci se il cuore sia educabile. Se possa crescere o rinnovarsi.
Educare il cuore, in questo senso, è educare alla vita buona per sé e per gli altri. Educare alle relazioni, dalla sfera più intima a quella che si affaccia sulla società civile.
Educare il cuore parte dalla percezione di essere al mondo in un corpo e dall’unità profonda del proprio essere.
Così, il corpo mio e il corpo dell’altro non è mai una “cosa” estranea alla persona, non può mai ridursi ad essere oggetto di mero possesso, ma è la forma del proprio essere che entra nel mondo e si mette in relazione con esso.
Ogni rischio di oggettivazione, e quindi di riduzione, impoverisce la persona stessa e comporta gravi rischi per le relazioni.
L’altra, l’altro non è mai solo un corpo, né tanto meno un possesso incedibile.
Educare il cuore significa riconoscere l’unità della persona, la sua libertà e indipendenza, e capire progressiva- mente che si è in una relazione reciprocamente arricchente, fino al punto di arrivare a gioire dell’altro che matura il suo essere libero, anche se questo non è conforme ai miei desideri.
EDUCARE I SENTIMENTI DEL CUORE
Una legge o una restrizione, un braccialetto elettronico possono tentare di contenere il rischio della violenza, ma non riescono ad andare oltre.
Occorre la crescita di una cultura per educare e dare valore alla persona umana e alle relazioni che sa intrattenere. Educare il cuore è riconoscere la capacità di educare i sentimenti, le emozioni ed anche le passioni più forti che prorompono, a volte disordinate ed egocentriche, per metterle al servizio dello sviluppo di sé e di una sana relazione con gli altri; educare il cuore è anche riconoscere la necessità di costruire e condividere con e per i giovani percorsi di alfabetizzazione emotiva, che aprano al riconoscimento e al controllo delle proprie e altrui emozioni, per un rispetto reciproco ed una crescita armonica.
Un percorso che si muove a cerchi concentrici e inizia proprio dal riconoscimento di sé, degli altri, partendo dalla famiglia per estendersi, in parallelo, alle più ampie relazioni sociali e civiche fino all’ambiente, la casa comune che abitiamo e che abbiamo ricevuto in dono per prendercene cura con reciproca e condivisa responsabilità.
È un progredire armonico che riconosce i principi insostituibili della persona, il loro sviluppo, e che, per questo, non può manifestarsi in forme di riduzionismo che privilegiano qualche aspetto o qualche dinamica parziale a discapito di altri o del tutto, come sovente accade nel nostro tempo.
Nell’attuale contesto ricco di acquisizioni umane, scientifiche e tecnologiche, si coglie infatti il rischio di una paradossale diminuzione del fattore umano, sottoposto ad una comunicazione massiva e al contempo riduttiva e manipolante, capace di erodere i connotati essenziali della persona umana, dell’uomo come della donna: la dignità del corpo, la relazione e la generazione. Un clima che non aiuta a educare il cuore. Tutti gli strumenti tecnici, pur doverosi, non potranno mai supplire all’assenza di contenuti che fondano la crescita della persona.
Anche l’intelligenza artificiale sviluppa nuovi scenari e grandi possibilità da vagliare attentamente sotto il profilo etico e educativo. La tecnologia richiede un aggiornamento e una integrazione di competenze dei metodi di inse-
gnamento e di formazione, come anche la necessaria e auspicabile crescita di una forte capacità critica, che sappia discernere l’uso dei dati e dei contenuti.
Mai come in questo tempo, quindi, educare il cuore si rivela urgente quanto necessario: il cuore come sede di riferimenti umani forti ed anche condivisi e di criteri di giudizio verso novità, che possono essere di grande aiuto, come procurare danni immensi, oggi ancora inimmaginabili.
Educare il cuore e attivare un conseguente spirito critico per una “vita buona” deve fare i conti anche all’interno della persona stessa, dove si trovano punti di forza e di debolezza da riconoscere, da rafforzare o da emendare. Alcuni di questi sono tipici della nostra epoca.
UNA COMUNITÀ CHE EDUCA
Una sfida, questa, che richiede una risposta corale. La comunità educa se i cerchi concentrici dei genitori, papà e mamma, di tutti coloro che hanno responsabilità formative, e delle agenzie educative, scuola in primis, parrocchie, oratori, società sportive … sono pronte ad allearsi con un comune obiettivo: la crescita della persona umana.
Anche il cuore dei genitori, condiviso nell’educazione, si educa. Ricorre a forme di autoeducazione, ma senza disdegnare, a volte il bisogno è forte, il supporto di persone e di competenze esterne alla loro relazione. Infatti, la condizione familiare, nell’intreccio delle generazioni e nelle situazioni che si sono prodotte, richiede spesso questo aiuto in un contesto che deve essere, anche oggi, a favore della famiglia, della sua capacità generativa e procreativa, e di quelle specifiche forme di educazione del cuore che essa può offrire.
Non solo non si può prescindere dalla famiglia, ma mettere nel cuore della città il suo formarsi, il suo essere, il suo mandato educativo è compito e responsabilità oggi imprescindibile.
Se la città ha a cuore questa dinamica educativa favorisce un clima e un contesto essenziale, anche nella cordiale accoglienza e rispettosa sinergia dei molteplici e diversi soggetti che ne fanno parte, come ad esempio le tante e preziose forme aggregative che compongono il Terzo settore.
UN CUORE GRANDE
Educare sembra un muro a secco. Di quelli che si incontrano in montagna e sostengono un terreno. Sbrecciati a volte, poco manutentati spesso, mostrano invece, accanto alle pietre più squadrate in facciata, un insieme di sassi e agglomerati che li formano all’interno e che, di fatto, li rendono solidi e validi.
Tante sono le realtà e gli incontri con le persone che concorrono nell’educare e, nello specifico, nell’educare il cuore.
Ne sottolineiamo alcune.
L’incontro con i poveri e le persone che sono nel bisogno: occorre alzare lo sguardo sul mondo e capire che molti di noi sono ancora privilegiati e così, in molti casi, lo sono i nostri giovani a partire dai più piccoli. Ma anche – guadagnandone in umiltà – abbiamo il dovere e l’urgenza, se vogliamo conservare e accrescere la nostra umanità, di incontrare e guardare negli occhi i tanti poveri che sono tra noi a Parma. Incontrarli è doveroso per tutti, fa bene a chi cresce ed è in formazione. Ci sono concrete opportunità di incontro e di servizio facili e percorribili a questo fine, che possono aprire ad uno stile di vita più sobrio, meno improntato al possedere e all’apparire.
Il trovare tempo per “condividere il tempo” con le persone con disabilità e con le persone anziane , che sono spesso sole. Il numero delle persone che vivono in solitudine e delle famiglie uninominali a Parma è molto alto. Il volto e la storia degli anziani sono una narrazione di vita che apre il cuore a scenari sorprendenti e fa gustare la gioia del condividere qualcosa di importante: il tempo che cresce con il tempo che tramonta. L’anziano prolunga la sua vita nell’affidare i suoi ricordi al giovane e il giovane comprende la storia che lo ha preceduto. È una relazione che aiuta a dare prospettiva alla vita e fa intravedere il senso del limite.
PASSI ORIGINALI E CONDIVISI
Essere coerenti con un’educazione che pone al centro la persona significa rafforzare ed anche innovare diverse dinamiche, come ricorda Papa Francesco nel rilancio del Patto Educativo Globale: “Mai come ora, c’è bisogno di unire gli sforzi in un’ampia alleanza educativa per formare persone mature, capaci di superare frammentazioni e contrapposizioni e ricostruire il tessuto di relazioni per un’umanità più fraterna”.9
In primo luogo, avere il coraggio di mettere al centro la persona attraverso una proposta che non si limiti soltanto ad un elemento – sessualità, gender, ambiente, … – rispetto al tutto, ma sia in grado di cogliere il globale valore della vita e della persona stessa nelle sue continue interrelazioni con le altre persone e con il creato.
A questo fine, la maturazione di una logica di sussidiarietà con le agenzie educative che operano nel territorio e in particolare con le scuole d’Infanzia della FISM, e, a livelli diversi, con la rete degli Oratori. Forme educative tradizionalmente aperte a tutti e volte alla crescita dei minori, in alleanza con le famiglie e in dialogo con il territorio. Così pure l’apporto delle scuole paritarie cattoliche, nella logica di una cooperazione educante.
Porre al centro la persona e il suo essere sociale significa rivedere modi e forme di intendere l’economia, la politica, la crescita, il progresso e lo sguardo sul mondo. La persona è infatti in necessaria relazione al contesto sociale e mondiale. Consapevoli di questa connessione continua, nella quale si fa perno proprio sulla centralità della per- sona, risulta quanto mai necessario prospettare un percorso di ecologia integrale.
Viene così messo al centro il valore proprio di ogni creatura, in relazione con le persone e con la realtà che la circonda, e si propone uno stile di vita che respinga la cultura dello scarto.
La persona si sviluppa nel tempo e l’educazione abbraccia, a intensità diverse, l’intera esistenza. L’azione propositiva e fiduciosa apre l’educazione ad una progettualità di lunga durata, che non si arena nella staticità di specifiche e particolari condizioni, quasi a compartimenti stagni. Sviluppare la coscienza di un’educazione continua favorisce la crescita di persone aperte, responsabili, disponibili a trovare il tempo per l’ascolto, il dialogo e la riflessione, e capaci di costruire un tessuto di relazioni con le famiglie, tra le generazioni e con le varie espressioni della società civile, così da comporre un nuovo umanesimo.
In particolare, nell’anno in cui Parma predispone la sua candidatura a capitale europea dei giovani, l’appello a porre al centro la persona del giovane, con la prospettiva di futuro che offre, deve vedere uno sforzo congiunto, nel quale le varie realtà interessate siano messe in grado di offrire un proprio originale apporto.
Stringere insieme un patto educativo.
La Chiesa di Parma non si tira indietro, e si rende disponibile, non solo con l’esperienza maturata, ma anche con nuovi strumenti e disponibilità. Tra queste, le “Nuove Parrocchie”, il Polo formativo e il Polo per gli adolescenti, i giovani, le famiglie, gli Oratori e il Progetto Oratori, insieme alle realtà caritative che già offrono percorsi di accoglienza educativa.
A riprova di questo, l’impegno a mettere in dialogo – con scambio di esperienze e competenze – tutti i soggetti educativi che operano nella nostra Chiesa. Realizzazioni tutte accomunate da un sincero amore per i giovani: dalle scuole cattoliche agli oratori, agli ordini religiosi alle associazioni e ai movimenti, tanto può e deve essere fatto.
La persona al centro, in questa logica, significa sostenere con coraggio la formazione di donne e uomini disponibili a mettersi al servizio della comunità. “Il servizio è un pilastro della cultura dell’incontro: significa chinarsi su chi ha bisogno e tendergli la mano, senza calcoli, senza timore, con tenerezza e comprensione, come Gesù si è chinato a lavare i piedi agli apostoli. Servire significa lavorare a fianco dei più bisognosi, stabilire con loro prima di tutto relazioni umane, di vicinanza, legami di solidarietà. Nel servizio sperimentiamo che c’è più gioia nel dare che nel ricevere (cfr Atti degli Apostoli 20,35). In questa prospettiva, tutte le istituzioni devono lasciarsi interpellare sulle finalità e i metodi con cui svolgono la propria missione formativa”.
L’impegno della Chiesa non è soltanto interno alla comunità cristiana, ma può sviluppare contesti e sinergie positive per l’intera collettività.
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