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EDITORIALE / 2

L'economia vola ma i democratici hanno fatto autogol

L'economia vola ma i democratici hanno fatto autogol

07 Novembre 2024, 13:00

Alla fine, ha vinto Trump. Dopo una corsa incertissima per tanti mesi, con scostamenti nelle previsioni di poche frazioni di punto. Ma nel feeling della gente la vittoria di Trump era da tempo nell’aria. Trump ha vinto anche in termini di voto popolare nazionale e pure la maggioranza nel Senato, con un controllo totale sull’esecutivo degli Stati Uniti. Trump ha vinto per diverse ragioni. La prima e più ovvia è che la sua vittoria discende dalla debolezza della sua avversaria, nonostante il sostegno diffuso dell’establishment. 

La Harris è stata una vicepresidente opaca, contraddittoria sull’immigrazione, che alla fine della corsa elettorale ha sovrapposto il proprio programma su quello di Trump. La Harris è stata designata come candidata direttamente dal presidente Biden (che peraltro a quel punto avrebbe dovuto dimettersi), senza passare attraverso la selezione delle primarie, con un enorme sgarbo per la tradizione dei democratici.

L’economia americana sta volando (rispetto alle altre economie avanzate), ma questo non è bastato a sostenere la candidatura della Harris. Perché ci sono alcuni grossi “ma” che ne hanno indebolito la candidatura, perché la percezione dell’elettore medio americano non è altrettanto ottimistica. Il primo “ma” è l’inflazione, che è scesa, ma i prezzi sono rimasti elevati, soprattutto quello dei servizi, a partire dalle rate dei mutui sulla casa, ai costi delle assicurazioni sanitarie, ai prezzi dei prodotti di largo consumo. Per poi aggiungere i costi dell’istruzione universitaria (che in America comincia a 17 anni con la frequenza del college). Oggi un televisore piatto grande come una parete costa 200 dollari, e un anno al college costa 100mila dollari all’anno. I salari delle tute blu sono rimasti bassi per la concorrenza nel mercato del lavoro dei nuovi immigrati, e questo ha diffuso un’irritazione enorme nell’elettorato. Da qui il programma di Trump di deportare (impossibile) gli immigrati illegali e proteggere le fabbriche americane con i dazi alle importazioni.

 Nell’altro fronte poi, quello democratico, si è letteralmente fatto di tutto per perdere. A partire dell’ideologia woke, una sorta di politically correct esasperato, dove le élite intellettuali e professionali, ricche, si dichiarano profondamente nemiche delle ingiustizie sociali presenti e passate. Con un mix di arroganza ed ipocrisia, sinceramente intollerabile. Come se un cannibale si lamentasse di soffrire di gastrite.

Le manifestazioni pro-Hamas e la discriminazione nei confronti dei professori conservatori (fino al licenziamento) nelle principali università americane hanno poi lasciato tutti stupefatti: le università americane sono sempre state le più libere al mondo, dove la libertà di parola è semplicemente sacra. Vederle ridotte in questo modo… qualcosa non ha funzionato. 

Tutto questo si è rovesciato contro i democratici e ha aperto la strada al successo di Trump.

Cosa farà Trump? In parte, solo in parte, quello che ha detto. Anzitutto le tariffe sulle importazioni, incluso quelle dall’Europa. Poi la strategia di politica estera sarà (immaginiamo) affidata di nuovo a Mike Pompeo, un mediatore equilibrato ma senza tentennamenti. Pace in Ucraina, stabilizzazione in Medio Oriente con il patto di Abramo.

Siamo nella Guerra fredda numero 2, e gli Stati Uniti hanno tutta l’intenzione di vincerla. Partendo da una radicale trasformazione delle spese militari. Non più boots on the ground, ma droni, droni e ancora droni. Che non significano necessariamente guerra, ma una deterrenza così forte, che prevenga la guerra. Come è accaduto nella Guerra fredda numero 1.

 Non è un caso che Elon Musk abbia affiancato Trump nella campagna elettorale. Biden ha ridotto le spese militari durante la sua presidenza, ma è il come fare la guerra che è cambiato, dopo l’esperienza della guerra in Ucraina. Musk è un imprenditore privato, proprietario dell’unica rete di satelliti che assicura le comunicazioni a tutti (indistintamente) nel mondo. Non c’è dubbio che sia più importante lui e la sua Starlink di uno stato indipendente seppure alleato. S’immagina un futuro in cui la difesa di un paese sia affidata ad un’alleanza nazionale tra lo stato ed imprenditori privati che mettono a disposizione le rispettive piattaforme informatiche. 

A questo si aggiungano i progressi esponenziali nell’applicazione dell’intelligenza artificiale. Su questo ci sarà il vero confronto con la Cina. Oggi gli Stati Uniti sono avanti, ma la Cina ha dichiarato che nel 2027 intende prendersi Taiwan, che è  alleato militare e tecnologico con l’America. Un’indiretta dichiarazione di guerra. Cosa accadrà? Basteranno le tariffe sulle esportazioni cinesi e il blocco della vendita dei chip alla Cina a raffreddare le aspirazioni cinesi? Non sappiamo.

E l’Europa? Non sono necessarie ulteriori spiegazioni dopo le tante disamine sui rischi per l’Europa nel caso di elezione di Trump. Per ora basterà ricordare De Gasperi: «Se saremo uniti saremo forti, se saremo forti saremo liberi». Senza dimenticare che «la nostra patria Europa», riaffermato a Parigi il 21 aprile 1954.

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