Terrore alle Trump Towers
Prima l'esplosione, così forte da sembrare un fuoco d'artificio. Poi un singolo scoppio, ancora più forte. Ed ecco, la gente in strada correre da tutte le parti, mentre una nube di fuoco e fiamme si innalzava a pochi metri, nel parcheggio fuori dalle Trump Towers.
Ha visto gran parte della scena la famiglia parmigiana che, proprio in quel momento, si trovava all'interno del Trump hotel di Las Vegas: testimoni dello scoppio della Tesla di cui sta parlando tutto il mondo e su cui si sta ancora indagando. Doveva essere una vacanza tranquilla oltreoceano, subito dopo le «ferie» natalizie, per Pier Francesco con la moglie e la figlia di quasi un anno, ma la loro permanenza americana si è trasformata, per diverse ore, in un vero e proprio incubo.
«Ero passato di lì poco prima, mi trovavo nella lobby dell'hotel per fare colazione e sono risalito per prendere la valigia: stavamo per ripartire verso il Grand Canyon come da programma», racconta ancora scosso Pier Francesco (che preferisce rimanere nell'anonimato, evitando di condividere il suo cognome, «la paura è stata tanta» e «ciò che conta è informare le persone e i parmigiani sui fatti»). Pier Francesco, insieme alla moglie e alla figlia, ha vissuto «momenti di estrema paura e di caos emotivo - confida -. Nei primi minuti è stato un vero e proprio incubo perché non sapevamo ancora di cosa si trattasse esattamente». Lo scoppio, le fiamme, le persone in strada in preda al panico: la vista da quel 36° piano non era certo confortante. Dalla finestra della camera d'albergo «non abbiamo visto direttamente l'esplosione, ma abbiamo visto tutto il resto, i minuti successivi - spiega ancora il parmigiano -. Abbiamo visto la gente scappare, il fumo che ha coperto l'area pedonale: ci siamo immediatamente preoccupati». E subito «ho chiamato il 911 - rivela - per segnalare l'accaduto e chiedere informazioni».
Pochi minuti dopo, ecco arrivare le forze dell'ordine, i vigili del fuoco, la polizia, «una presenza che ci ha tranquillizzato», perché «l'assenza delle squadre speciali ha scongiurato ci fosse qualcuno di armato». La paura di un attentato o di una persona armata era forte, vicina. Qualche minuto e «è arrivata anche l'Fbi». Le indagini stanno ancora proseguendo e le piste sono diverse. Intanto, l’uomo alla guida del pick-up della Tesla esploso fuori dalle Trump Towers è stato identificato: si chiamava Matthew Alan Livelsberger ed era un militare americano. Lo riferiscono fonti della polizia alla Cbs. Livelsberger aveva prestato servizio in Germania ma al momento dell’incidente era in ferie in Colorado. Un parente ha riferito che la moglie non aveva sue notizie da diversi giorni.
Ma in quei momenti «le notizie erano ancora poche - riprende Pier Francesco -: i giornali e i siti di informazione già parlavano di un incendio, così abbiamo iniziato a tranquillizzarci». Per la famiglia parmigiana è poi iniziata la «quarantena» dentro alla stanza d'albergo: i gestori e le forze dell'ordine hanno chiesto agli ospiti della struttura di non abbandonare le loro stanze, fino a nuove disposizioni. Più di sei ore, dalle 8.40 (l'orario dello scoppio) fino alle 14 inoltrate, dentro alla camera. «Sono state ore sicuramente non piacevoli - aggiunge Pier Francesco -. Chiusi lì dentro ogni paura e ogni dubbio assumevano contorni diversi e sempre più complessi». Nel pomeriggio, poi, è stato consentito agli ospiti di uscire dall'hotel dall'uscita secondaria e senza poter tornare all'interno della struttura e rigorosamente a piedi. Così, la famiglia ha deciso di rimanere più tempo a Las Vegas e partire solo quando le condizioni lo avrebbero permesso. Qualche ora dopo è stato possibile uscire a piedi e rientrare al Trump Hotel: «In strada ho chiesto alle persone che incontravo come avessero vissuto quei momenti - spiega il parmigiano - e tutti hanno ripetuto di quanto fossero terrorizzati». Il timore non se ne va, non basta vedere la vita lì attorno ripartire, nonostante tutto. «Siamo stati fortunati e adesso stiamo cercando di metabolizzare il tutto - ripete Pier Francesco -. Ma adesso abbiamo le valigie pronte, ripartiamo subito per un'altra meta. Meglio andarsene, anche se da quello che abbiamo capito pare che l'allarme sia rientrato».
Nell'ingresso del Trump hotel «l'odore dell'incendio non se ne va», il tanfo di fumo e cenere è ancora impregnato in quella moquette di lusso tipica americana. «L'importante è che stiamo bene, per ora», continua a ribadire, quasi per convincersi, Pier Francesco. Intanto, però, quell'odore di bruciato per loro sarà, per un po', l'odore esatto della paura.
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