STAGIONE LIRICA AL VIA CON SUCCESSO
Successo per la prima di «Giovanna d’Arco», opera che ieri sera ha aperto la Stagione lirica 2025 del Teatro Regio di Parma: un titolo non rappresentato di frequente che ha richiamato un folto pubblico, il quale si è andato scaldando nel corso della serata per manifestare la sua approvazione con convinte ovazioni per tutti al termine dello spettacolo. Opera di confine nella produzione verdiana, ha trovato un’interessante realizzazione nella limpida lettura del direttore d’orchestra Michele Gamba: attento agli equilibri, a non eccedere nei volumi orchestrali anche nei momenti di maggiore slancio, a creare un amalgama timbrico trasparente tra legni e archi, il maestro ha ottenuto un risultato elegante, dagli echi donizettiani.
In questa ricerca di un colore quasi cameristico (come da Gamba stesso dichiarato nelle note di direzione del libretto), il direttore è stato coadiuvato da una Filarmonica Toscanini compatta e capace di leggerezza e nitore, e dal sempre affidabile Coro del Teatro Regio preparato dal suo Maestro Martino Faggiani.
Nino Machaidze (Giovanna) si è stagliata su questo tappeto orchestrale con una voce corposa, capace comunque di agilità e di passare bene dai momenti di esaltazione guerresca a quelli più intimi.
Luciano Ganci ha dato voce alla complessa parte di Carlo VII con voce generosa, mentre una bella sorpresa ha riservato l’interpretazione di Ariunbaatar Ganbaatar, baritono ben calato nel ruolo di Giacomo, interpretato con naturalezza e musicalità. È stato lui a meritare le più clamorose ovazioni alla prova della ribalta.
Bene anche il Delil di Francesco Congiu, e il Talbot di Krzysztof Baczyk. Apprezzato lo spettacolo di Emma Dante intesse - con le scene di Carmine Maringola, i costumi di Vanessa Sannino, le luci di Luigi Biondi e le coreografie di Manuela Lo Sicco - una Giovanna d’Arco dall’accattivante iconografia fiabesca e onirica, con un ritmo serrato che ha il pregio di incalzare la narrazione grazie ad agili cambi di scena. Le crudeltà della guerra, le visioni di Giovanna, il suo misticismo al confine con l’eresia, la sua morte vengono dipinti con tratti sublimati e trasfigurati da una visione estetica e al tempo stesso teatralmente potente. La foresta che ricorda il shakespeariano «Sogno di una notte di mezza estate», popolata di spiriti che somigliano più a elfi, spiriti e fate dei boschi che non ad angeli o demoni; il re che si inginocchia in preghiera davanti alla stessa Giovanna che si è sostituita all’effigie della Madonna; il tratteggio dei cedimenti di Giovanna alla seduzione amorosa o, forse meglio, a quella della corona e dei successi, in contrasto con il suo desiderio di tornare alla «semplice sua vesta» di ragazza; il «muro del pianto» su cui la foto di Giovanna viene appesa, condannata dal suo stesso padre… Scelte efficaci che ben delineano il vago confine tra misticismo, visioni, sogni, follia della protagonista. I colori dello spettacolo sono il nero, il bianco, l’oro, con la fiammata rosso fuoco di Giovanna d’Arco, colore della passione, dell’inferno o del rogo a cui, nella trama dell’opera, la protagonista scampa per morire in battaglia.
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