INSERTO ECONOMIA / PRIMO PIANO
C'era una volta l'ufficio di collocamento. Ci si poteva iscrivere alle cosiddette liste, cioè a elenchi anagrafici a disposizione per soddisfare le richieste di personale delle aziende. Poi sono arrivate le agenzie d’intermediazione ovvero le società private. Oggi possiamo affermare tranquillamente che a farla da padrone è internet. La rete, infatti, favorisce l’incrocio tra offerta e domanda di lavoro, quantomeno aiuta a velocizzare il percorso di ricerca. In termini generali, un mondo sempre più digitalizzato anche la ricerca del lavoro passa sempre più dal web. Ci sono diverse piattaforme dedicate, a cominciare da LinkedIn e anche le grandi aziende hanno una sezione del loro sito web in cui pubblicano le offerte di lavoro e dove è possibile inviare le candidature. Ci sono poi piattaforme istituzionali storiche cone AlmaLaurea a supporto degli Atenei. Non solo. Da un paio di mesi sulla piattaforma creata dall’Inps per l’incrocio tra domanda e offerta possono accedere tutti i cittadini. Basta caricare il curriculum vitae. In tutto questo non poteva mancare l’intelligenza artificiale, arruolata per trovare l’abbinamento migliore tra offerte e domande di lavoro.
A dimostrare la tesi della crescita del canale online nell'ambito della ricerca di lavoro sono i dati relativi al fenomeno. Il numero di disoccupati che in Italia utilizzano Internet per cercare lavoro è raddoppiato negli ultimi anni. Con qualche distinguo. Il primo fattore a fare la differenza è il titolo di studio: nel 2023, tra i disoccupati che possiedono al massimo la licenza elementare, meno del 20% ha compiuto azioni di ricerca on line, mentre la percentuale sale a oltre il 60% tra coloro che hanno un titolo di studio universitario o di scuola superiore.
Altro fattore riguarda l’età: tra gli under 30 l’utilizzo di internet per la ricerca del lavoro coinvolge il 56% degli individui, mentre scende al 33% tra gli over-60. Infine è importante anche il settore dal quale provengono i disoccupati: nel mondo della finanza e delle assicurazioni si arriva all’87%, in quello dei servizi di informazione e di comunicazione al 74%, mentre non si va oltre il 35% nelle costruzioni e nell’agricoltura. Fattore meno rilevante è invece il genere, con le donne che superano di poco gli uomini nell’uso della rete. Lo studio più recente in materia arriva dalla Norvegia. Un gruppo di ricercatori ha studiato a fondo le conseguenze che ha avuto sul mercato del lavoro l’espansione della connessione veloce a Internet. Le conclusioni sono positive: Internet ha migliorato il processo di reclutamento da parte delle aziende, riducendo del 9% la durata per la quale le posizioni aperte rimangono vacanti e del 10% la frequenza di tentativi di assunzione andati a vuoto.
«Stiamo riscontrando una crescita della ricerca di lavoro online, attraverso le varie piattaforme e i portali delle aziende e delle agenzie di selezione - conferma Marco Ieva, professore associato di Economia e gestione delle imprese del Dipartimento di Scienze economiche e aziendali dell'Università degli Studi di Parma, delegato del Rettore per tirocini e job placement -. È un fenomeno che riguarda prevalentemente i giovani, in particolare i neolaureati in cerca di occupazione. Come Ateneo cerchiamo di formare i nostri studenti per permettere loro di utilizzare al meglio questi strumenti che, indubbiamente, hanno notevoli potenzialità. Consentono, infatti, di filtrare più agevolmente le offerte di lavoro nonché di seguire le aziende preferite in modo tale da essere sempre aggiornati sulle nuove posizioni richieste. Lo stesso vale per i selezionatori, perché attraverso alcuni filtri e ora anche con l'utilizzo dell'intelligenza artificiale, possono individuare rapidamente le candidature più in linea con le proprie richieste e dunque avere un accesso più veloce a eventuali contatti mirati».
In sostanza, l'intelligenza artificiale può essere di aiuto sia per le aziende che per i candidati anche se l'uso, sottolinea Ieva, «non è esente da rischi. Gli algoritmi devono essere addestrati, bisogna verificare su quali dati si basano e se riflettono eventuali distorsioni dal passato. Sicuramente tutto ciò serve per una prima scrematura nel caso vi sia un numero di candidati molto elevato oppure se sono richieste caratteristiche specifiche. Di certo gli algoritmi non possono sostituire l'elemento umano e a questo proposito, come Ateneo cerchiamo di avere un duplice approccio al placement: oltre alla formazione sull'uso dei vari strumenti di ricerca online del lavoro, LinkedIn in primis, riteniamo sia importante organizzare momenti di incontro in presenza con le imprese. Un primo elemento di visibilità online è fornito da AlmaLaurea, che storicamente supporta gli Atenei e le imprese nella ricerca di laureati con la propria piattaforma, a cui i laureandi si iscrivono nel processo di domanda di laurea. La ricerca online amplia il ventaglio di opportunità, tuttavia gli incontri in presenza con le aziende aiutano a creare connessioni più dirette e a velocizzare il processo, apportando un grande valore aggiunto che consente ai candidati e alle imprese di capire se c'è un fit. Siamo in un momento in cui le aziende stesse hanno la necessità di intercettare i talenti tra gli studenti universitari già durante gli anni di corso».
Tornando alla ricerca di lavoro online per Ieva andrebbero formati anche i ragazzi delle scuole superiori. «Ampliare la platea ai giovanissimi - spiega - potrebbe ridurre, in parte, il gap che vede i laureati come i principali utilizzatori di piattaforme e portali».
Quali sono le criticità? «Quando organizziamo eventi per studenti e neolaureati noto che sono ancora pochi quelli che hanno un profilo LinkedIn o sono a conoscenza di un certo tipo di piattaforme fa notare Ieva -, probabilmente perché non hanno ancora avuto modo di porsi in una certa ottica. Ecco perché potrebbe essere opportuno potenziare le sinergie tra università e scuole superiori su questo fronte, fra l'altro esistono già stabili collaborazioni per quanto riguarda l'orientamento in entrata. In ogni caso, al netto dell'importanza del digitale per ampliare le opportunità di lavoro, ribadisco la centralità del fattore umano, a cominciare dall'approccio al colloquio, dalla corretta stesura dei curricula, per evitare omogeneità e appiattimento e per evidenziare le specificità di ciascuno. Per esempio, non possiamo affidare tutto a ChatGpt che, al contrario, deve rimanere uno strumento tecnologico per avere spunti e magari correggere i refusi, ma non per sostituirsi a fattori come identità e competenze».
Una cosa è certa: «La ricerca di un lavoro è un lavoro stesso - evidenzia il delegato del Rettore - un'attività che richiede tempo, attenzione al dettaglio e anche un presidio continuo delle diverse piattaforme. Consigliamo di monitorare le piattaforme principali e di seguire i portali delle imprese di maggiore interesse in base alla propria formazione. Il valore aggiunto che possono offrire le piattaforme è quello di poter ricevere aggiornamenti quasi in tempo reale. La criticità è che con il proliferare delle stesse occorre investire tempo nella gestione del proprio profilo e anche nella scelta delle parole chiave che si associano al proprio profilo».
Molto importante è la sinergia tra università e imprese. «Stiamo osservando negli ultimi tempi un aumento significativo di aziende disponibili a collaborare con il nostro Ateneo - spiega Ieva - per l'organizzazione di recruiting day, business game e testimonianze aziendali, per essere a loro volta attrattive nei confronti dei neolaureati e poter attrarre i talenti. Ci sono canali in presenza che sono vantaggiosi per le imprese. Ad esempio, mettere alla prova con i project work i laureandi su problematiche aziendali permette di testare meglio le singole competenze e abilità. Inoltre, l'Università di Parma ha risposto come tutti gli Atenei dell'Emilia Romagna al bando “Talenti” attraverso il quale la Regione Emilia-Romagna ha dato una forte spinta al placement delle università e ai servizi alle persone e stiamo potenziando ulteriormente questo tipo di iniziative».
Un altro aspetto che viene affrontato a livello di formazione è che, anche se si tratta di un primo colloquio online, di una call, bisogna comunque mantenere un codice di comportamento simile alla presenza, avere l'accortezza di essere in un ambiente appropriato, cercare di presentarsi in un modo adeguato anche da remoto. Alcune di queste criticità sono frequenti, secondo quanto riportano i selezionatori. Il rischio è che l'online porti a trascurare l’importanza di questi elementi: una tematica che non va sottovalutata».
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