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Renzi: «Meloni? Un'influencer brava a comunicare il nulla»

Renzi: «Meloni? Un'influencer brava a comunicare il nulla»

23 Marzo 2025, 03:01

Chi l'ha già letto sa cosa contiene, ma a chi non l'ha ancora fatto ieri sera Matteo Renzi ha sicuramente instillato la curiosità. Il solito «fiume in piena» l'ex presidente del consiglio e senatore di Italia Viva ieri pomeriggio a Parma in via Farini, in una libreria Feltrinelli da «tutto esaurito» per presentare il suo ultimo lavoro, «L'influencer». Protagonista è Giorgia Meloni, «più che un premier, un'influencer». Ma la critica all'operato della leader di Fratelli d'Italia è anche «un pretesto» per dire la sua su tanti temi e personaggi. Senza fare sconti. Neppure al centrosinistra, che «ha molte colpe se la Meloni si trova alla guida del Paese».

Introdotto dal sindaco Michele Guerra, presente all'incontro con alcuni esponenti della sua Giunta, come gli assessori Gianluca Borghi e Chiara Vernizzi, e della maggioranza che lo sostiene, prima di «tuffarsi» tra il suo pubblico, Renzi saluta l'imprenditore parmigiano Paolo Pizzarotti, citandolo poi nel monologo che, da grande comunicatore qual è, Renzi affronta passeggiando tra il pubblico. Lo fa dosando, in un'ora tirata, con la maestria che anche gli avversari, a volte a denti stretti, gli riconoscono, aneddoti, cose fatte, progetti futuri (molti rivolti ai giovani) e tante battute.

«Essere un influencer è un conto, un politico è un altro - apre l'incontro Guerra -. Renzi ha il “fisico” per raccontare in maniera coraggiosa questo passaggio importante per capire Giorgia Meloni».

Poi tocca all'ex Rottamatore sparare ad alzo zero sul premier dicendo che «comunicare è importante, ma l'oggetto deve essere quello che si fa. E la Meloni non fa. Nel momento in cui deve compiere delle scelte, utilizza invece provocazioni e diversivi. Come sul caso del direttore di Fanpage: non risponde se il suo telefono era o no sotto controllo. E alla mia domanda si giustifica dicendo che non vuole fare pubblicità al mio libro». Sfodera poi i suoi cavalli di battaglia: «Giorgia underdog? Nemmeno per sogno. È invece la più grande raccomandata, prima da Fini e poi da Berlusconi che, quando hanno perso potere, lei ha abbandonato». Se con il premier non è tenero, ma a volte usa il fioretto («Giorgia, almeno, sa fare i conti e perciò mi teme: mi toglie la scorta e fa leggi ad personam contro di me»), con la sua «squadra» di governo, il senatore fiorentino usa lo spadone. Ce n'è per tutti, da Tajani a Salvini («accanto a lui la Meloni fa bella figura, ma è come mettersi accanto a Godzilla»), da Delmastro a Giuli, passando per Urso, Lollobrigida, Arianna Meloni, Donzelli fino a La Russa. Critiche sui centri migranti in Albania ma anche sugli esteri in generale: «Quella della Meloni è la politica degli “oplà”: filo-Putin, poi filo-Trump, filo-Biden e di nuovo filo-Trump. Era anche anti-euro, ma su tutto ha cambiato posizione». Non fa sconti poi all'Ue che sui grandi temi di politica estera «non è seduta al tavolo. Ma se non sei a tavola, sei nel menu».

Anche con il centrosinistra Renzi non è tenero. «Nel 2022 ci siamo presentati divisi e abbiamo perso» si prepara alle prossime elezioni. Calenda non lo nomina, mentre nel libro lo punge alcune volte, a differenza di Letta: «Ha messo un veto su di me per motivi personali, ma la politica non si fa con i veti. Se stiamo insieme, la Meloni perde. Altrimenti - è la profezia - ce la terremo altri cinque anni».

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