L'intervista
Gli occhi sono sempre quelli: intensi, vivaci, curiosi. Nonostante sia passato qualche anno dalla sua ultima gita a Parma, ogni volta che Tomas Brolin torna in città ci sono amici pronti a salutarlo e tifosi che lo abbracciano, ricordandogli i bei momenti che hanno vissuto insieme. Lui in campo, loro sugli spalti. E allora, questa trasferta dalla Svezia all’Italia, è diventata l’occasione per rivedere l’amico Giampiero Alinovi, salutare gli ex compagni di squadra Apolloni e Melli e per capire quanto è cambiata la città dal 2019, quando tornò per l’ultima volta. La sua Parma: «Parma è casa mia. Non posso dimenticare l’abitazione in via Budellungo. E poi quella di Vigheffio. Quante volte sono andato a mangiare da Orfeo. Poi c’era il ristorante “Da Gianni”, vicino all'uscita dell’autostrada. Era un punto di riferimento per molti calciatori. E infine le tante partite a tennis, al Tennis Club di Mariano. Posti dove ho lasciato il cuore».
Il tennis è sempre stata una sua passione.
«È vero, come tanti altri sport. A Londra giocavo a golf con Gianluca Vialli. Qui a Parma avevo in casa un tavolo da ping pong. Ricordo lunghissime sfide contro Gianfranco Zola, mio vicino di casa quando mi sono trasferito a Vigheffio».
Che rapporto aveva con Zola?
«È un’amicizia nata a Parma e consolidata nel periodo in Inghilterra. Lui, Vialli e Di Matteo vestivano la maglia del Chelsea mentre io ero approdato al Crystal Palace. Ci sono state diverse occasioni per trascorrere del tempo insieme».
Negli anni qui in città, però, lei ha condiviso la camera in ritiro con altri compagni.
«Prima con Grun e poi con capitan Minotti. Lorenzo è sempre stato molto preciso e ordinato. Io, invece, al sabato ricevevo dei fax con le quote del trotto. Montagne di fogli che creavano il caos nella nostra stanza. Quante risate. Che ricordi bellissimi».
A proposito di ricordi, il suo primo gol in campionato con la maglia del Parma?
«A Bari, sugli sviluppi di un calcio d’angolo. Saltai con ottimo tempismo. Fu strano quell’inizio di campionato: le quattro reti con cui ho inaugurato la mia esperienza in maglia gialloblù non furono né di destro né di sinistro ma solo di testa».
Ottima memoria, anche la prima marcatura allo stadio Tardini fu così.
«Contro la Roma, su traversone di Melli. Era un pallone a mezza altezza. Difficile da mettere in porta di piatto. Allora mi abbassai tantissimo e colpii il pallone ancora di testa, quasi rasoterra. Fu l’unico passaggio vincente che Sandro mi regalò in quegli anni». (afferma ridendo ndr).
Lei invece ha regalato a Melli una stagione da 13 reti in campionato, record per l’attaccante crociato.
«Eravamo una grande coppia in campo. Ben assortita. Sandro era affamato di gol. A me piaceva servire assist. Quando ci siamo visti, domenica sera, mi ha ringraziato non solo per gli assist ma anche perché non mi stancavo mai di correre anche per lui».
Quella coppia ha portato il primo storico trofeo a Parma: la Coppa Italia nell’annata 1991/92.
«La prima volta non si scorda ma. Si dice così in Italia, giusto? Fu un’emozione grandissima. Sono sincero quando dico che nel 1990, al momento della firma del contratto con la società, non avrei mai pensato a un percorso così ricco di successi. Eravamo una semplice neopromossa. E invece…».
E invece dopo la Coppa Italia arrivò anche la Coppa delle Coppe.
«Vincere un trofeo in uno stadio mitico come Wembley non ha prezzo. C’erano più di 10.000 parmigiani in Inghilterra a gioire con noi. E poi la festa in Piazza Garibaldi, quando rientrammo in Italia. È un ricordo che ho ancora vivo nella mia mente. Ho amato i supporter gialloblù. Volevo dare il 101% in campo per loro».
Forse il rimpianto personale più grande è arrivato 12 mesi dopo, quando in finale ha incontrato l’Arsenal.
«Trema ancora il legno che ho colpito dopo una ventina di minuti di gioco. Un palo interno, passato dietro le spalle del portiere e uscito dallo specchio della porta. Ebbi anche un’altra occasione in quel match: di testa, da buona posizione. Ma non riuscii a segnare. Se fossimo passati in vantaggio, sono sicuro che l’Arsenal non avrebbe mai recuperato. Stavamo dimostrando una netta superiorità».
Quell’anno arretrò un po’ il suo raggio d’azione.
«C’erano Zola e Asprilla in attacco. E a me, come già detto, piaceva verticalizzare. Accettai volentieri il cambio di ruolo. Zoratto giocava davanti alla difesa. Poi toccava a me l’ultimo passaggio».
A seguire ci fu l’esperienza in Gran Bretagna e il ritorno a Parma, nella stagione 1996/97.
«Avevo problemi a Leeds e trovai rifugio in Emilia. Furono sei mesi bellissimi. Era una squadra molto diversa da quella che avevo lasciato. C’erano Crespo e Chiesa là davanti, Buffon era al primo anno da titolare ma sapevo bene quale fosse il suo talento. Me lo ricordavo già dalla mia prima esperienza: pur essendo giovanissimo si vedeva che era un predestinato».
Quella rosa era allenata da Ancelotti.
«Carlo aveva smesso di giocare da poco. Capiva alla perfezione le esigenze dei calciatori. Questa era la sua grande forza. Inoltre portava tante idee nuove. Era evidente che avrebbe fatto tanta strada».
A proposito di novità, anche Nevio Scala fu un innovatore.
«Il 3-5-2 che tanti usano oggi era qualcosa di speciale nella nostra epoca. Il mister è stato bravissimo a gestire una squadra con atleti molto giovani e ambiziosi. Lui ha dato equilibrio al nostro gruppo. Oltre a schemi mai visti prima».
Parlando di innovazione, il Parma attuale si è affidato a un allenatore molto giovane. Cosa non usuale nel calcio italiano.
«Io credo che abbia fatto la scelta giusta. Ci vuole coraggio nella vita. Carlos Cuesta sta dimostrando di proporre concetti diversi. Il Parma ha giocato un buon calcio contro il Cagliari. Peccato non essere tornati dalla Sardegna con qualche punto. Resto comunque molto fiducioso».
Questa squadra è tornata a parlare svedese con Almqvist e Ondrejka.
«Ondrejka è stato sfortunato. Io spero ancora che possa essere il suo anno, nonostante l’infortunio. Nella parte finale della passata stagione aveva dimostrato di poter essere un valore aggiunto per il Parma. Almqvist, nella sua avventura in Emilia, ha avuto più spazio a partita in corso che dal primo minuto. Ma sono convinto che abbia caratteristiche tali da poter essere utile al nuovo allenatore».
Pietro Razzini
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