Intervista
«Perché ci commuoviamo di fronte a un assassino che ha appena ucciso la donna che amava?». È la domanda che si pone, e che vuole porre al pubblico, il regista Federico Tiezzi, mettendo in scena «Otello» di Giuseppe Verdi.
L’opera inaugurerà il Festival Verdi venerdì alle 20 al Teatro Regio di Parma, con le scene di Margherita Palli, i costumi di Giovanna Buzzi, le luci di Gianni Pollini e la drammaturgia di Fabrizio Sinisi. Regista teatrale che da oltre trent’anni si dedica anche al teatro musicale, studioso dell’opera di Sigmund Freud (proprio il giorno dopo la prima di «Otello» riceverà il Premio Musatti dalla Società Psicoanalitica Italiana), Tiezzi è interessato a mettere in rilievo lo scandaglio dell’animo umano: «Perché proviamo pietà per Otello, allo stesso modo in cui proviamo pietà per Medea dopo che ha ucciso i suoi figli nella tragedia di Euripide? – osserva - In psicoanalisi si chiama empatia negativa: stiamo dalla parte del mostro. È un argomento su cui riflettere, e spero che lo spettatore esca con i pensieri in movimento dopo aver ascoltato questa musica sublime».
Nelle sue note di regia, lei scrive che «Otello» precede di poco la pubblicazione dell’ «Interpretazione dei sogni» di Freud…
«Solo dodici anni separano le due opere. Quando Verdi scriveva “Otello”, Freud stava studiando l’isteria e i conflitti individuali che portano alla schizofrenia. Credo che questo clima di attenzione per l’interiorità umana abbia avuto un peso su Verdi e soprattutto su Boito, uno scapigliato imbevuto di cultura d’Oltralpe».
In che modo ha scelto quindi di mettere in scena Otello?
«Il tema del Festival Verdi di quest’anno, il rapporto tra Verdi e Shakespeare, è stato uno stimolo per capire come la scena potesse essere ricondotta al teatro elisabettiano, rendendola sintetica e fulminante. Il primo posto è dato alla parola. Con il direttore Roberto Abbado abbiamo letto il testo, e come si innesta sulla musica verdiana. Shakespeare è stato la filigrana e la lente di ingrandimento attraverso cui ho guardato tutta l’opera di Verdi… è un dramma che vorrei suonasse come i drammi da camera di Strindberg e Ibsen, che sono della stessa epoca. Fondamentalmente ci sono tre personaggi, tutti gli altri sono funzionali a loro».
La parola viene anche proiettata sulla scena…
«Le parole che proietto sono alcune parole del “Credo” di Jago e poi, a fine secondo atto, le tante che attraversano i pensieri di Otello».
Lei è uno storico dell’arte, la pittura ha spesso avuto un ruolo nelle sue regie: in questo caso quali sono i riferimenti?
«L’aspetto visuale è molto forte: ho messo in cornice tutto. Molto spesso gli spettacoli d’opera hanno la caratteristica che quanto si vede distrae dall’ascolto della musica. Con questa “super-formalizzazione” cerco invece di aprire l’arco della vista dello spettatore in modo che si possa ascoltare la musica con gli occhi aperti. I riferimenti pittorici ci sono soprattutto nel quarto atto, che potrebbe essere un quadro di Edward Hopper, ma la luce, sui toni del verde e dell’azzurro, è ispirata a “La donna che visse due volte” di Hitchcock».
A proposito di film, lei ha detto di essersi ispirato anche a «Otello» di Orson Welles…
«Quando frequentavo l’Università ho fatto un periodo di studi a Parigi. Là ho passato tanto tempo al cinema, scoprendo Orson Welles e i suoi due film Shakespeariani: mi impressionarono. Di recente ho rivisto “Otello”, e il suo uso del bianco e nero mi ha suggerito l’impostazione dello spettacolo».
Per informazioni e biglietti: 0521 203999, biglietteria@teatroregioparma.it.
Lucia Brighenti
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