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LA FESTA

Don Pongolini: «I miei trent'anni in San Leonardo»

Don Pongolini: «I miei trent'anni in San Leonardo»

di Emanuele Marazzini

26 Novembre 2025, 03:01

Don Mauro Pongolini, dopo aver celebrato domenica scorsa una messa di ringraziamento molto partecipata, festeggia oggi trent’anni esatti di ministero sacerdotale a San Leonardo.

Don Mauro, quando le è stato detto che sarebbe diventato parroco di San Leonardo?

«Era l’11 luglio 1995, avevo trentaquattro anni e scesi da un campo parrocchiale per parlare col vescovo Benito Cocchi. Lui mi fece la proposta descrivendomi la parrocchia, la sua storia e i caratteri della comunità, da sempre molto vivace e significativa sotto il profilo pastorale. Ribattei dicendo che mi sarei visto meglio in un paese. “Ti mando nel più paese fra i quartieri della città”, fu la risposta. Col senno di poi, aveva ragione».

Conosceva già il quartiere?

«Sì, perché i miei zii erano i lattai della zona. Da seminarista venivo a trovarli prendendo l’autobus n.2 da via Solferino. Ricordo che, passando davanti alla chiesa, mi dicevo: “Com’è brutta”. Adesso, se qualcuno me lo dicesse, lo mangerei vivo! Imparai a conoscere l’edificio anche grazie ai suggerimenti dell’amico don Primo Dall’Asta. Quando gli dissi che la chiesa aveva nomea di scomoda lui mi disse solo: “Se impari a studiarla, ti troverai molto bene”. E così ho fatto».

Cosa ricorda della messa di insediamento, il 26 novembre 1995?

«Pioveva, fu una cerimonia solenne e affollata. All’inizio mi vennero simbolicamente consegnate le chiavi della chiesa. Dopo l’omelia monsignor Cocchi mi diede invece una stola particolare con sopra ricamata la croce di Lorena fra l’alfa e l’omega, simbolo visibile sulla facciata del tempio».

Come fu il primo impatto con la comunità?

«C’è voluto molto tempo e molto ascolto per trovare una linea comune. Tre elementi mi colpirono subito: l’alta presenza giovanile, la capacità canora dei parrocchiani, molti dei quali erano membri del coro “Città di Parma”, e la cura per i riti della Settimana Santa».

Le soddisfazioni più grandi di questi trent’anni?

«Sono tutte legate alle relazioni: posso dire, e non è banale, di aver visto le persone crescere».

I momenti più felici?

«Alcune celebrazioni molto intense, le attività Scout e le condivisioni alla fine dei campi di Azione Cattolica».

Quelli più tristi?

«I funerali dei bambini e l’accompagnamento dei giovani nella malattia, perché ti espropriano di ogni sicurezza umana».

Com’è cambiato il suo essere prete dal 1995?

«Credo di avere sempre più chiaro questo: ti salvi solo se accetti la delicata missione di salvare gli altri servendoli. È un gesto faticosissimo, ma estremamente creativo perché, come scrive Alda Merini, “le parole nuove nascono dalle ginocchia sbucciate”».

C’è un momento della sua giornata che in trent’anni non è mai cambiato?

«La meditazione mattutina che prevede prima un lungo silenzio e poi la lettura delle Scritture».

Quali figure bibliche la interrogano di più?

«Geremia è stato un punto di riferimento fondamentale dopo la perdita di mia madre. Di Mosè mi affascina e tormenta il dare continuamente senza ricevere, di Samuele la capacità di sopportare l’angoscia».

Sappiamo che è un lettore forte. Quali scrittori e scrittrici l’hanno accompagnata in questi trent’anni?

«Tra i tanti, Pirandello, Verga, Fogazzaro e Bernanos. Sul fronte poesia direi Turoldo. Il professore di Liturgia ci esortava a leggere almeno un romanzo all’anno e io ho sempre seguito il consiglio. La narrativa contemporanea mi aiuta a mantenere sveglia la lingua, ma la trovo colma di sofferenza. In caso di guerra nucleare salverei come tesoretto alcuni testi della spiritualità francese scritti da Jean Vanier e Renè Voillaume».

Progetti futuri?

«Sistemare le strutture della chiesa di Cristo Risorto».

Emanuele Marazzini

© Riproduzione riservata

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