Assemblea di studenti all'Ulivi
«Ci sono cose che neanche la polvere del tempo potrà cancellare». Era scritto lì. E qualcuno ha deciso di cancellarlo lo stesso.
Ieri mattina, davanti al liceo scientifico Ulivi, quel muro di via Maria Luigia è diventato il centro di una frattura. La scritta dedicata a Maria Virginia Fereoli, uccisa a 17 anni, vittima di femminicidio, era stata imbrattata con slogan neofascisti e svastiche. Un gesto netto, violento, deliberato. Non un atto casuale, non una bravata. Un tentativo di coprire una memoria, di sporcare un nome, di colpire un significato. Per questo gli studenti non sono rimasti a guardare. Ieri si sono ritrovati lì, in tanti, provenienti da scuole diverse di Parma per restituire a quel muro ciò che gli era stato tolto. Non solo una scritta, ma il senso stesso di ciò che rappresenta: il ricordo di una ragazza uccisa perché aveva detto no, e il rifiuto di qualsiasi normalizzazione dell’odio. Accanto ai ragazzi, le istituzioni.
L’assessore comunale Gianluca Borghi ha ricordato come a Parma nulla possa essere accettato se va nella direzione della cancellazione della memoria. Ai giovani ha affidato parole che non suonavano come un incoraggiamento retorico, ma come un riconoscimento: «Siete una generazione che può spezzare la violenza, perché consapevole del proprio tempo e della responsabilità che comporta».
La dirigente scolastica dell’Ulivi Manuela Nardella ha definito l’evento di ieri una condivisione autentica che ha attraversato più scuole e l’intera cittadinanza. Ha ricordato che il liceo Ulivi porta il nome di Giacomo Ulivi, martire della Resistenza, e che le scritte comparse sul muro evocano fantasmi liberticidi contro cui il Paese ha combattuto.
Non solo un oltraggio alla memoria di Virginia, dunque, ma «uno sfregio a valori fondativi, a una storia che la scuola è chiamata a custodire e difendere».
Poi hanno parlato gli studenti. E la narrazione ha cambiato passo. «Il silenzio non è accettabile», hanno detto. Perché quel muretto non è un muro qualsiasi: è uno spazio della città, un luogo di passaggio diventato luogo di memoria. Deturparlo significa tentare di rendere abituale l’odio, di normalizzare simboli che richiamano violenza, repressione, negazione della dignità.
«Non è solo vandalismo», hanno ribadito, «qui si colpiscono simboli e valori». Virginia aveva la loro età. «Continuerà ad avere 17 anni per sempre». Era una di loro. Una studentessa, una ragazza con sogni, desideri, possibilità.
«Vogliamo parlare di ciò che non ha potuto vivere, dei pensieri rimasti senza voce». Perché se qualcosa di lei è rimasto, allora va difeso. E va tenuto vivo.
Il discorso si è allargato, senza alzare il tono ma affondando il colpo. «L’uomo violento non è malato», hanno detto, ma figlio di una società che insegna il possesso, tollera la supremazia e trasforma il rifiuto in colpa.
Una società in cui «l’amore, quando diventa violenza, smette di essere amore». E allora la domanda resta sospesa, inevitabile: «Perché non si può essere liberi senza paura?».
C’è stata anche una presa di posizione netta, non eludibile: «Essere antifascisti significa essere umani».
Non un orientamento politico, ma una scelta profonda, viscerale. «Perché fascismo è violenza, repressione, negazione della libertà». E la risposta possibile passa dalla memoria, dall’educazione, dal pensiero critico, soprattutto in un tempo in cui il male rischia di diventare banale.
«Non possiamo voltarci dall’altra parte». «Virginia è stata oltraggiata due volte». «Questa violenza riguarda tutti».
Da quel muro non è partita una spiegazione, ma una presa d’atto. «Il femminicidio non è qualcosa che succede altrove: abita il nostro stesso tempo».
La manifestazione si è conclusa, poi l’assemblea d’istituto. Ma quel luogo, ieri, non è tornato a essere solo un punto di passaggio. È rimasto uno spazio di riflessione, di esposizione, di scelta. Perché ci sono cose che neanche la polvere del tempo potrà cancellare. E c’è chi ha deciso, apertamente, di non lasciarle cancellare.
Asia Rossi
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