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INTERVISTA ESCLUSIVA

Carlos Cuesta a ruota libera: «Il mio calcio, le mie passioni»

Carlos Cuesta a ruota libera: «Il mio calcio, le mie passioni»

31 Dicembre 2025, 03:01

Spigliato, simpatico, spontaneo. Ambizioso, perfezionista mai abbastanza soddisfatto, curioso. Malato di calcio, nessun dubbio su ciò. Maturo (a dispetto dei suoi trent’anni, «ma quello è solo un numero», dice lui), preparato e competente, ma sempre desideroso di imparare. È tutto questo e molto di più, Carlo Cuesta: che, per la prima volta, parla a ruota libera: di calcio, della sua carriera, delle esperienze all’Atletico Madrid e alla Juventus e degli anni vissuti a fianco di Arteta all’Arsenal, dell’emozione provata quando è arrivata la telefonata da Parma, ma anche della sua visione dello sport (e non solo), dei suoi maestri, delle sue passioni, dei suoi hobby.

L’intervista è stata organizzata in Pilotta, nella Sala Maria Luigia della Biblioteca Palatina. «Non ero mai stato qui – ammette l’allenatore, restando letteralmente a bocca aperta durante la breve visita al teatro Farnese e alla Palatina –. Sono impressionato dalla bellezza di questa meraviglia, tornerò presto a visitarla con mia moglie».

Partiamo dall’attualità, anche se poi faremo un salto indietro nel tempo e rivivremo la sua breve ma intensa carriera, dalla Spagna all’Italia, dall’Inghilterra alla serie A. Quanto ha sofferto, negli ultimi minuti di Parma-Fiorentina? Il Parma aveva in pugno una vittoria importantissima, abbiamo tutti tremato: ma poi sono arrivati tre punti, importantissimi e meritatissimi.

«Di sicuro c’è che negli ultimi minuti la partita non è andata come avremmo voluto: non siamo riusciti ad averla più sotto controllo, a non lasciare spazi alla Fiorentina. Ma è stata anche una conseguenza di tutti quello che i ragazzi avevano fatto prima, di quanto avevano corso e di quanto avevano cercato il secondo gol. Servirà di lezione, per interpretare meglio ogni singolo momento delle partite. Ma gustiamoci le tante cose positive, a partire dai tre punti, e continuiamo a consolidare il processo di miglioramento e a fare punti».

Carlos Cuesta e il calcio, quasi una vocazione.

«Per certi versi sì. Sono stato soprattutto fortunato. Il legame con il calcio è cominciato grazie a mia mamma, che gestiva una caffetteria-ristorante: è lì che ho cominciato a giocare a pallone, ad allenarmi tutti i giorni, da quando avevo quattro anni. Già allora il calcio faceva parte della mia vita almeno per 14 ore al giorno: se non nella realtà, di sicuro nella mia testa. Tutto è cominciato da lì: se oggi, dopo tante esperienze, ho il privilegio di essere l’allenatore del Parma, è grazie a mia mamma e al suo locale».

Una carriera da calciatore molto breve, ha smesso a 18 anni: era così scarso?

«Sicuramente ho pensato che avrei potuto essere più bravo come allenatore che come calciatore. Ero centrocampista, avrei potuto diventare un discreto giocatore dilettante, ma mi ero messo in testa che il calcio avrebbe dovuto diventare il mio lavoro. E ho cominciato a focalizzarmi sulla carriera di allenatore, perché ho capito subito che quella avrebbe potuto essere la mia strada, perché avrei acquisito competenze, avrei potuto crearmi delle opportunità. È un percorso diverso da quello canonico, lo so: in genere uno gioca e, quando smette, comincia ad allenare. Io ho seguito da subito l’istinto».

La prima panchina è arrivata quando aveva 15 anni.

«Proprio così, il mio allenatore, che seguiva bambini e ragazzini, mi ha proposto di collaborare. Ho accettato con entusiasmo e grande convinzione, mettendoci tanto impegno per fare bene. Sentivo già che quello sarebbe stato il mio destino. Giocavo e allenavo, mi sembrava fantastico».

Fino a quando è arrivata l’età di scegliere a quale università iscriversi.

«Esatto. Ho scelto Scienze motorie, anche perché ero convinto che mi avrebbe permesso di aumentare le probabilità di fare l’allenatore e vivere di calcio, e mi sono trasferito a Madrid. Ho scelto di mettere tutte le uova nello stesso canestro, si dice così anche da voi? Leggendo, ho imparato che per massimizzare qualcosa devi essere anche minimalista, devi ridurre le cose che fai. E così ho deciso di puntare tutte le mie fiches sul calcio e sulla carriera di allenatore. È stato l’investimento più importante della mia vita».

E così, a 19 anni si è ritrovato all’Atletico Madrid. «Una vera e propria università», l’ha definita in un’intervista.

«Sì. Prima ancora di lasciare Maiorca, quando ero nella mia squadra di dilettanti, mi continuavo a ripetere “io devo allenare, ne ho proprio bisogno, me lo dice il cuore, me lo dice la pancia. E a Madrid devo trovare il modo di allenare”. Non avevo nessun contatto nella capitale, nessuno che mi potesse aiutare. Ho cominciato a usare i social network e sono entrato in contatto con qualche allenatore. Con uno di loro, che lavorava all’Atletico, ho intensificato i messaggi, le telefonate. Fino a quando sono riuscito a ottenere un colloquio e a diventare uno dei suoi collaboratori».

La sua testardaggine è stata premiata.

«Sì, è stata una gran bella opportunità, perché a 19 anni mi sono trovato in uno dei club più grandi d’Europa, a fianco di grandi professionisti, di calciatori famosi e di bambini che sognavano di diventare calciatori. Ho messo in pratica gli stessi principi che avevo quando ho iniziato: dare sempre il massimo, sfruttare al meglio l’occasione, approfittare di ogni spunto, di ogni esperienza per crescere, per migliorare».

A 23 anni, ha deciso di girare l’Europa per vedere al lavoro i migliori allenatori del mondo.

«Sì, volevo vedere quello che fanno, come lavorano. A me è chiaro che il mio mestiere è cercare di fare meglio degli altri. Migliorare sempre, per poi trasmettere le mie idee ai ragazzi e a tutto lo staff. Vedere i migliori permette di capire tante cose e di diventare più completo».

Poi, la chiamata della Juve. E se Madrid era stata «un’università», ha detto che la Juve è stata «un master».

«Non ho parole per descrivere la mia esperienza a Torino. Sia dal punto di vista personale, visto che è stata la prima volta che ho vissuto fuori dalla Spagna, sia da quello professionale: una realtà unica, nella quale la mentalità e la qualità delle persone ti ispira sempre a andare oltre. È stato un periodo molto bello, che mi ha aiutato tantissimo nella mia crescita».

Tra le persone che ha incontrato, “un certo” Federico Cherubini.

«Una delle prime persone che ha creduto in me, gli sarò per sempre grato per l’opportunità che mi ha dato. E, ovviamente, per la chiamata dello scorso giugno».

Nel 2020 l’ingaggio all’Arsenal. Perché Arteta l’ha voluta con sé?

«Il mio rapporto con Mikel risale ad anni prima, quando ero all’Atletico. Avevo già il sogno di fare parte di uno staff di alto livello, di arrivare al top. Ho cominciato a seguirlo, leggendo le sue interviste, quando era il vice di Guardiola al Manchester City. Poi, ho avuto un grande colpo di fortuna: ho scoperto di avere un amico in comune con lui, gli sarò per sempre grato di avermi messo in contatto con Mikel. Con grande umiltà, ho scritto alcuni miei pensieri sul City, sulle cose che mi sembrava facessero molto bene e su altre che pensavo avrebbero potuto fare diversamente. Gli ho mandato le mie riflessioni, non avevo molte speranze che le avrebbe lette. E invece le ha lette e abbiamo cominciato un rapporto che si è via via consolidato. Quando è andato all’Arsenal mi ha voluto con sé, pensando potessi aggiungere valore».

Una grande soddisfazione.

«Di più. L’idea di portare valore è stata la mia ossessione per tutti i cinque anni. Dare il massimo è sempre il mio obiettivo, e sempre lo sarà. A Londra, poi, avevamo sfide importanti da affrontare. Ho imparato tantissimo, è stata un’esperienza fantastica, devo eterna riconoscenza a Mikel».

Qual è l'insegnamento più prezioso che ha avuto da Arteta?

«Tantissimi. Il più importante è sapere essere te stesso. Non sempre è facile: ci sono occasioni in cui devi saperti adattare, ma sempre avendo chiaro l’obiettivo, senza mai perdere la visione, restando concentrato su dove vuoi andare. Alla fine, se metti impegno, se hai le idee, se hai pazienza, ci riesci. Lo dico perché l’ho vissuto».

Al di là di Arteta, quali sono gli allenatori che ritiene i suoi maestri?

«Io imparo qualcosa da tutti: non lo dico per diplomazia, è davvero così. Mi piacciono tantissime cose che fa Klopp, tantissime che fa Guardiola, ma anche Conte, anche Allegri. Il loro lavoro ha una coerenza con il loro modo di essere, con il modo in cui vogliono fare giocare le loro squadre. Ed è quello che mi piace. Detto ciò, se devo indicare un mio punto di riferimento – per i valori, per la leadership – allora lascio per un attimo il mondo del calcio e penso a un grande della pallacanestro, Phil Jackson. Leggerlo, ascoltarlo per me è sempre una fonte di ispirazione».

Dopo cinque anni all’Arsenal, la chiamata da Parma. Cosa ha provato?

«Un momento bellissimo, ma al tempo stesso difficile. La proposta è arrivata in un momento in cui, a 29 anni, stavo benissimo, avevo da poco rinnovato il contratto fino al 2027 e non avevo nessuna fretta di fare un passo avanti di carriera. Sapevo che, dopo tutto il lavoro fatto, le possibilità di vincere erano molto cresciute e io ero felicissimo essere protagonista di quell’avventura. Allo stesso modo, però, ho imparato che occorre ascoltare la pancia e il cuore: e quella mi diceva di prendere al volo la nuova opportunità».

Contento
della scelta?

«Contentissimo. Nel momento in cui ho accettato, sapevo benissimo che era la scelta giusta. Ne sono ancora più convinto oggi. Sono felice. Mi sono trovato benissimo dal primo giorno».

L’avrebbe mai detto, quando ha cominciato a sognare di fare l’allenatore, che sarebbe arrivato in serie A a 29 anni?

«Sinceramente a me il record di precocità non importa, mi interessa solo essere bravo e lavorare bene. L’età non conta. Conta guidare e rappresentare il Parma al meglio delle mie possibilità, per raggiungere gli obiettivi che ci siamo posti e far sì che i tifosi si sentano felici e orgogliosi del Parma».

Ha detto fin dalla prima conferenza stampa che i suoi 30 anni sono solo un numero. Ne è ancora convinto, dopo 16 giornate di campionato?

«Sì, assolutamente. Parto dal presupposto che le esperienze sono opportunità e che se le sfrutti bene possono aiutare ad avere più conoscenza, più competenza. Io oggi mi considero un allenatore più bravo di quanto non fossi lo scorso giugno e spero tra sei mesi di essere migliore rispetto a oggi. L’esperienza aiuta, certo: ma la cosa più importante è la competenza, che è quella che ti permette di fare le scelte giuste. L’età, però, non c’entra: e io non voglio che possa essere un alibi. Se la società pensa che io sia più scarso di un altro, deve cambiare: ma non perché ho trent’anni. A me interessa accelerare il processo di sviluppo e migliorare ogni giorno».

Quali sono le prime cose che le ha detto il presidente Krause?

«Dalla prima chiacchierata ho percepito quanto è importante per lui il Parma. E mi ha spiegato con grande chiarezza la sua visione. Oggi, dopo sei mesi, posso dire che è molto coerente, che mette in pratica tutte le cose che mi ha detto il primo giorno. Il primo obiettivo è fare crescere la squadra, rendendola una realtà consolidata e sostenibile nel tempo».

Calcio a parte, si trova bene a Parma?

«Benissimo, sono stato accolto da subito con grande calore, e lo stesso posso dire per mia moglie Juliet. Quando vengono a trovarmi i miei famigliari, i miei amici, tutti restano molto colpiti dalla città: per la sua storia, i suoi monumenti, la bellezza, la cucina. Tutti molto felici».

Cosa l’ha colpita di più? Qual è il suo posto preferito?

«Su questo non ho dubbi: il mio luogo preferito è il Tardini. Quando esplode, quando i tifosi sono felici è una sensazione impagabile. È davvero speciale avere lo stadio in centro, vedere i tifosi che arrivano in bici o a piedi. Aiuta anche noi ad avere un rapporto strettissimo con i supporter».

Il piatto della cucina parmigiana che le piace di più?

«Difficile scegliere, mi piace tutto: i tortelli, il prosciutto, il parmigiano. Tutto di grandissima qualità».

A Natale ha mangiato anolini e bolliti? O menu spagnolo?

«Menù internazionale, perché mia moglie è ucraina, quindi abbiamo fatto un po' di mix».

Una curiosità: come ha fatto a imparare sei lingue?

«Dedicando tempo allo studio. Io prendo il mio lavoro con grande serietà, sento la responsabilità. E per me le lingue sono importanti, sono un modo per creare empatia con i giocatori: è importante che ognuno di loro capisca quanto è importante per l’allenatore. C’è una frase in inglese che a me piace molto: “They don't care how much you know until they know how much you care”: letteralmente, “a loro non importa quanto sai finché non sanno quanto tieni a loro”. Una bellissima definizione di empatia. Ed è il mio modo di avvicinarmi a un giocatore: se arriva uno, che parla solo la propria lingua e si ritrova dalla sera alla mattina in una nuova città, in una nuova realtà, è giusto che un allenatore faccia uno sforzo per parlargli nella sua lingua, per metterlo a suo agio. Il calciatore penserà “ok, questo si preoccupa di me, vuole aiutarmi”. È il primo passo per creare una mentalità di squadra».

Altro tema molto importante, specialmente in una squadra come il Parma con giocatori tantissime nazionalità.

«Il concetto di squadra è anche questo, non è che i calciatori debbano solo adattarsi all’allenatore. È ovvio che poi, alla fine, sono io a dover fare le scelte, a fissare dei principi, una linea guida. Ma il mio mestiere comporta anche far fare bene ai giocatori, quindi li devo aiutare e, quando è il caso, sapermi adattare a loro».

È noto che passa molte ore sul campo di allenamento e in ufficio, per studiare il calcio. Nel poco tempo libero, quali sono i suoi hobby?

«Mi piace molto leggere, vedere dei film. Anche se devo ammettere che la mia mentalità mi porta a pensare sempre al calcio, ogni momento della giornata per me è un’opportunità di crescita. E quindi faccio un po’ fatica a staccare. Ci riesco, a volte, con i miei amici: ma adesso, dal momento che li vedo poco, quando vengono a trovarmi mi chiedono tutti del Parma, quindi alla fine stacco raramente. Mi aiuta trascorrere del tempo in famiglia e, quando riesco, passare qualche ora o qualche giorno nella natura: vanno bene sia il mare che la montagna. Sono momenti preziosi: per riflettere, per pensare ai valori più profondi, per non perdere la prospettiva. “Il microscopio e il telescopio”, come mi dice sempre il direttore Cherubini».

Cosa significa?

«Avere la capacità di vedere entrambe le prospettive: l’immediato, con il microscopio, e la visione lunga, con il telescopio. Ha ragione, è fondamentale».

Da appassionato lettore, quali sono i suoi generi preferiti?

«Tutto quello legato alla psicologia, allo sport e alla cultura dello sport, ma anche libri di filosofia. Mi attira la filosofia buddista, sono molto legato all'umanesimo. Dietro a ogni persona c’è una storia e tante volte gli atteggiamenti, le cose che vediamo sono un riflesso di quello che la persona ha vissuto e di come ha interpretato quello che ha vissuto. Provare a capire, avere una prospettiva che ti permetta di essere un po’ più olistico, secondo me, aiuta».

È vero che per Natale ha regalato un libro a ogni suo giocatore?

«Sì, ho cercato, nei militi del possibile, libri nella lingua di ognuno. Ho faticato a trovarli in polacco o in svedese; l’ho trovato in giapponese, ma a Suzuki riuscirò a consegnarlo solo quando tornerà in Italia».

Torniamo al calcio. Quali sono i suoi campioni del passato preferiti? I suoi idoli di quando era bambino?

«A dire la verità non avevo degli idoli. Mi piacevano molto i centrocampisti: i miei preferiti erano Xavi, Xabi Alonso, Busquets».

Il suo preferito tra i grandi che hanno giocato nel Parma?

«Eh, domanda difficile, ce ne sono stati tantissimi. Se devo fare un nome, dico Gigi Buffon, perché è stato davvero speciale».

Tra i personaggi che hanno fatto la storia del Parma, uno dei più grandi è Nevio Scala. So che lei lo stima molto.

«Moltissimo. Ho potuto condividere due minuti con lui: e mi sono bastati per capire che grande uomo sia. Certe cose si percepiscono in un attimo. A volte puoi sbagliarti, ma non nel suo caso: la sua umiltà, la semplicità, la genuinità ne fanno, per me, un riferimento assoluto. La sua umanità straordinaria, i suoi grandi valori. Purtroppo non ho avuto il piacere di vedere il suo Parma giocare, perché non ero ancora nato, ma sarei felicissimo di poterlo incontrare, di passare un po’ di tempo insieme, di poter imparare dalle sue esperienze, dalle sue conoscenze, da tutto quello che ha dentro. Perché è sicuramente un uomo straordinario».

Il grande Nevio sarà senz’altro felice di accontentarla.

«Anche domani, io sono sempre pronto. Sarebbe incredibilmente bello, perché quella che mi ha trasmesso in quel brevissimo incontro è stata un’energia davvero speciale».

Una delle sue doti è la duttilità: non è “fissato” con un modulo, come tanti, troppi suoi colleghi. Ed è pronto a cambiare, in base ai giocatori a disposizione, al momento, all’avversario.

«Penso che un allenatore debba fare quello che sente che è giusto. Il modo più facile per fare crescere una squadra è avere una stabilità molto chiara a livello di gioco e di principi, i quali possono essere legati al modulo, ma non necessariamente. La stabilità ti permette di avere una continuità, di fare specializzare i giocatori, ma bisogna anche avere la capacità di cambiare. Faccio un esempio: se io preparo ogni giorno un risotto, dopo un mese mi riuscirà molto buono. Se alterno il risotto alla pasta, o alla paella, farò più fatica a specializzarmi. Ma devo essere allenato a cambiare, perché può essere che un giorno mi manchi il riso e io, se sto partecipando a una gara di cuochi, devo comunque giocare per vincere. Fuori di metafora, un bravo allenatore sfrutta al meglio quello che ha a disposizione, anche se alcune volte deve seguire una strada che non è quella che si avvicina di più alle sue idee. Nel caso del Parma, la duttilità è stata importante per essere sempre competitivo, per essere sempre in partita. La squadra viene sempre prima di tutto, a volte si deve sacrificare l’“io” per il “noi”. Il nostro inizio di campionato è stato molto influenzato da situazioni che non ci aspettavamo: ma adesso possiamo cercare di consolidare il percorso crescendo nella direzione che ci sembra quella giusta».

Qual è, in generale, la sua idea di calcio? È più pragmatico o più interessato a imporre il proprio gioco?

«Per me imporre il gioco, se puoi farlo, è essere pragmatico. Il pragmatismo è fare quello che aumenta la tua probabilità di vincere. La mia idea è cercare di dominare il gioco in tutte e fasi. Tenere la palla, se la sai gestire, creare problemi all'avversario creando spazi nei posti giusti, saper giocare con ritmo alto, tenendo la squadra sempre compatta per essere pronta per riaggredire, avere un dinamismo negli ultimi 30 metri che ti permetta arrivare in porta con continuità. Ma anche sapere difendere bene, sia in pressione alta, soprattutto per recuperare la palla prima e averla più spesso dell’avversario, sia nel blocco basso quando ce n’è bisogno. Una squadra dominante nelle palle inattive, perché alla fine la differenza si fa nelle aree. Una squadra che in transizione sa capire quando andare avanti e quando rientrare. Questa è la mia idea di calcio».

Soddisfatto di questo avvio di campionato? Cinque punti di vantaggio sulla zona retrocessione non sono pochi.

«Io vorrei fare di più, sempre. Ma al tempo stesso so che il nostro non è stato un percorso facile. Mi basta? No, non mi basta, perché voglio sempre di più. E so che è per questa mentalità che sono stato chiamato a Parma. Adesso dobbiamo consolidare tutte le cose positive che abbiamo fatto – e sono tante – e continuare a crescere. La cosa più importante e più positiva è che siamo tutti allineati e che ci crediamo al cento per cento: io non so dove arriveremo in questo percorso, non lo sapevo il giorno che sono arrivato qui e non lo so adesso. Ma so qual è l’obiettivo: consolidare la categoria, essere una squadra stabilmente in serie A – cosa non scontata, perché per tanti anni non è stato così – e fare sì che il nostro gioco ci permetta di valorizzare al massimo possibile tutti i giocatori che abbiamo, perché alla fine sono loro uno dei grandi asset della società. Siamo tutti convinti del percorso da fare e lo perseguiremo con tanta volontà di toglierci delle belle soddisfazioni. Ma abbiamo bisogno di tutti».

Tifosi compresi?

«Certo. Per noi il supporto dei tifosi è fondamentale, perché sappiamo che l’obiettivo è ambizioso, tutt’altro che facile. Sia in casa che in trasferta, il tifo dei supporter ci dà una grande carica. Io penso che i tifosi debbano essere orgogliosi del Parma: perché un giocatore può rendere a volte di più a volte di meno, ma tutti danno tutto. Ed è la cosa più importante. Se devono correre 80 metri all’indietro per non prendere un gol, lo fanno. Se devono correre 14 chilometri a partita, lo fanno. Se devono entrare in campo per 30 secondi e propiziare un’azione importante per la squadra, lo fanno. Di questi i tifosi devono essere consapevoli e contenti».

Quanto hanno pesato e stanno pesando le assenze per infortunio?

«Sono state circostanze inaspettate che hanno influenzato il nostro cammino, ci hanno costretto a fare tanti adattamenti. Certo, hanno pesato, ma abbiamo provato a “leggere” la situazione come un’opportunità, costruendo valori, una forza e una resilienza che saranno molto utili anche in futuro».

Come sa, in Italia, quando le cose non vanno bene, spesso la prima mossa è cambiare allenatore: nei momenti più difficili di questo avvio di stagione, ha mai temuto di essere sollevato dall’incarico?

«No, mai».

Il Parma ha dimostrato grande affidabilità in difesa, ma ha il peggior attacco della serie A. Come se lo spiega?

«Spesso non abbiamo avuto la capacità di arrivare nell’area avversaria tanto quanto avremmo voluto. È un punto sul quale ci concentreremo molto nelle prossime settimane. Sappiamo che è un aspetto non positivo, ma sappiamo che abbiamo le capacità per migliorare. E lo faremo».

Com’è il suo rapporto con l’ad Cherubini e con il ds Pettinà?

«Eccezionale, non esagero. Non potrei sperare in nulla di meglio. Sono due persone che vivono per il Parma, fanno tutto per il bene del Parma. L’altro giorno avevamo l’unica giornata libera in tre settimane. E loro erano con me al centro sportivo: pensando solo al Parma, facendo tutto il possibile per aiutare la squadra e la società a crescere. Sono persone di un livello umano straordinario. Quanto a quello professionale, non sono io a dover giudicare, ma parlano i fatti. Cercano in tutti i modi di aiutarmi a fare sempre meglio: per me è un privilegio che non è affatto scontato. E lo stesso posso dire di tutto lo staff, di ogni singolo dipendente della società: tutti impegnati al massimo delle proprie possibilità per il bene del Parma».

Se lo aspettava così il campionato di serie A? In Italia si dice che il nostro calcio sia inferiore a quello inglese o tedesco, lei è d'accordo?

«È uno stile di gioco diverso, con tanta ricchezza dal punto di vista tattico e tanti giocatori di altissima qualità. Le tendenze più marcate, diverse rispetto agli altri campionati europei di alto livello, è l’abitudine frequente alla marcatura a uomo, l’adattare il proprio gioco all’avversario, il valore che si dà al pareggio. In Inghilterra, per esempio, l’unico risultato considerato utile è la vittoria, qui si apprezza anche fare un punto. È una questione di cultura, di mentalità, che cambiano di Paese in Paese: non è che uno sia meglio o peggio, sono diversi. L’importante è capire queste peculiarità, sapersi adattare e sfruttarle a proprio favore».

Chi vede favorito per lo scudetto?

«Non lo so».

Le squadre che teme di più nella corsa per la salvezza.

«Io sono concentrato sul Parma: se saremo bravi a fare quello che sappiamo fare, andrà tutto bene. Pensiamo a migliorare sempre. Io non vedo l’ora di tornare in campo domani per il prossimo allenamento: e penso a fare bene contro il Sassuolo».

A proposito, lei sa bene che è una trasferta particolare per i parmigiani: anche se non si affronta la Reggiana, giocare in quello stadio è sempre un’emozione particolare.

«Lo so, lo so. È una partita molto importante. A me interessa iniziare il 2026 nel migliore dei modi, dopo la vittoria con la Fiorentina».

Si sente di fare una promessa ai tifosi per il 2026?

«Sì, prometto che daremo tutto, ogni giorno. È quello che io faccio da sempre. L’unica promessa che uno può fare è su qualcosa che dipende da lui. E quindi quello che posso assicurare è che io e i giocatori daremo sempre il massimo. È la base fondamentale che, poi, porta i risultati».

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