le reazioni
E mentre il Governo è al lavoro su un decreto sicurezza - sull'onda dell'accoltellamento mortale avvenuto venerdì nell'istituto Einaudi-Chiodo de La Spezia - che promette un giro di vite contro l'uso dei coltelli da parte dei minori, i presidi di Parma si interrogano sul modo migliore per prevenire (più che punire) le esplosioni di violenza tra i ragazzi. Giuseppe Valditara, ministro dell'Istruzione, apre all'uso del metal detector nelle scuole più a rischio. Una proposta che viene bocciata da alcuni presidi della città.
Ferrari (Ipsia)
«I metal detector? Se dovessero essere installati solo in alcuni istituti, trasformerebbero immediatamente quei luoghi in scuole di serie Z. Ma questi episodi di violenza possono capitare ovunque. Il problema non è tanto legato alla scuola o alla cultura di provenienza, quanto alla fascia d'età», sostiene Federico Ferrari, dirigente scolastico dell'Ipsia. «Problemi con i coltelli a scuola non ne abbiamo avuti - assicura - però i ragazzi dai 13 ai 17 anni sono dei fiammiferi che si incendiano alla prima scintilla. Gli studenti dei primi due anni delle superiori sono veramente da prendere con le pinze. Sono sgarbati con gli adulti e non mancano infatti le sanzioni disciplinari». E allora, come può reagire il mondo della scuola? «Servono più fondi a favore dell'educazione, più risorse per le scuole».
Botti (Toschi)
La bocciatura al metal detector da parte di Elisabetta Botti, preside del liceo artistico «Toschi», è netta: «Non possiamo trasformare le nostre scuole in qualcosa che assomiglia ad una prigione. Non penso che il metal detector sia uno strumento utile a farci sentire tutti più sereni. Più che sui metal detector credo che si debba investire nella prevenzione e nell'integrazione».
Ma come sono i ragazzi del suo liceo? Sono così violenti, rabbiosi, da meritarsi un metal detector? «Mai avuto problemi di armi e coltelli - premette -. I miei ragazzi sono fragili, ma anche estremamente capaci. Io ho fiducia nei giovani, anche perché se non l'avessi dovrei cambiare mestiere».
Eramo (Romagnosi)
«Il metal detector? No, lo vedo come l'ultima spiaggia», confessa Pier Paolo Eramo, preside del liceo «Romagnosi», che però non gira attorno al problema. «Da almeno due anni, durante gli incontri con il prefetto - assicura - chiediamo più illuminazione, telecamere e controlli davanti alle scuole nelle ore critiche, che sono l'arrivo e la partenza dei bus».
La repressione, è convinto, da sola non basta. «Bisogna insegnare ai ragazzi a gestire la rabbia - spiega -, bisogna aiutarli a sviluppare anticorpi in grado di fermare la violenza». Ma non è finita. «C'è un maschilismo di ritorno, che inizia a manifestarsi già dalle medie, su cui bisogna lavorare. Solo che per risolvere questo problema non è sufficiente la repressione».
Mangi (Bodoni)
«Noi a scuola portiamo il sapere, la gentilezza e il rispetto, perché vogliamo essere una comunità educante», premette Elisabetta Mangi, dirigente scolastico dell'istituto «Bodoni». Anche per lei il metal detector è un deterrente inappropriato per il contesto scolastico. «Non ne vedo la necessità e poi, certi strumenti, non dovrebbero proprio entrare nelle nostre scuole. Come scuola dobbiamo agire a livello educativo, controllando le situazioni a rischio, mettendo a disposizione lo sportello per la consulenza psicologica, collaborando con i genitori e le forze dell'ordine». Ma cosa fare di fronte ai ragazzi violenti? «Se vogliamo dire la verità, la rabbia non appartiene solo ai ragazzi. È il mondo degli adulti ad essere sempre più rabbioso e questo è il clima che respirano i nostri giovani».
Pierluigi Dallapina
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