Intervista
«Gli slogan sportivi sono sicuramente dei begli stimoli, ma non è vero che l'impossibile non esiste, non è vero che la sconfitta non è un'opzione. Io credo che lo sport sia una grandissima occasione, a patto di relativizzare la sua importanza. Noi non siamo una partita che si vince o si perde». Nemmeno lui, che ha fatto parte della generazione dei fenomeni e della pallavolo è storia oltre che leggenda: uno che in bacheca ha due ori mondiali e tre europei, il Grande slam con la mitica Maxicono e un argento olimpico che non brucia più. Uno come Andrea Zorzi, lo «Zorro san» idolatrato anche dai giapponesi, che lasciato il parquet, da anni si fa valere su un palco. E che sabato torna a Parma - dove ha giocato da protagonista per cinque formidabili anni - portando al Teatro del Cerchio il suo ultimo spettacolo, «La magnifica imperfezione. Giro del mondo su di una palla in volo».
Partiamo dal titolo: qual è «La magnifica imperfezione»?
«È lo sport stesso. Raccontando la storia della pallavolo lungo il '900 e i miei personali incontri, anche buffi, con le grandi città della pallavolo, da Holyoke negli Usa dove è nata a Tokyo, emerge che lo sport è una magnifica imperfezione: un'occasione per conoscere altra gente, per creare relazioni, ma anche a volte intriso di competizione all'ultimo spasmo, dove impegnarsi è importante ma non basta. In questo viaggio fatto di momenti bellissimi, ci sono anche queste inevitabili crepe. Che alla fine rappresentano però la fortuna dell'umanità e dello sport».
Sport come specchio della vita?
Guarda, da 60enne mi ritrovo ad avere ricordi bellissimi dello sport, ma credo che adesso in questo momento storico ci sia il rischio di esagerare nell'ultilizzo dello sport come modello universale assoluto. La nostra vita non è una partita che puoi solo vincere o solo perdere. In questo momento storico poi è tutto o è niente, o sei il migliore o sei un fallito. E' in atto una forte sportivizzazione in tanti settori: quindi benissimo impegnarsi, avere coraggio, non mollare mai, cercare sempre di fare del proprio meglio, ma a patto di non collegare tutto sempre e solo al risultato. Sono un figlio dello sport, ma da uomo adulto adesso vedo un eccesso di utilizzo di metafore sportive come se fossero metafore universali».
Pensi anche che rispetto a quando giocavi adesso ci sia maggiore esasperazione?
Certo. C'è una data importante in questo senso: 1984, Olimpiadi di Los Angeles. Le prime finanziate solo con soldi privati. Le grandi aziende scoprono che lo sport è un mondo dove si possono fare un sacco di soldi. E da quel momento l'abbraccio tra sport e business diventa la normalità: ora, non che questo sia un male a prescindere - se poi ci pensi lo sport è da sempre uno straordinario veicolo di propaganda -, ma in un mondo così globalizzato e polarizzato, ho la sensazione che un giovane che cresce adesso si trovi di fronte a un mondo che, se non è il migliore, lo consideri un fallito. Io e i miei coetanei avevamo qualche spazio in più: non eravamo sempre esposti a essere, a venire considerati, o i migliori o dei falliti».
In inglese il verbo «to play» significa giocare ma anche recitare. In che modo un ex atleta gioca su un palco? È tutto più predeterminato a teatro o c'è una componente di imprevedibilità tipica dello sport, della pallavolo?
«Diciamo che l'imprevedibilità ha una natura diversa tra ciò che accade in un campo di pallavolo e su un palcoscenico a teatro. Ma innanzitutto in un teatro non si vince o si perde: lo spettacolo a volte funziona e altre meno, esiste una soddisfazione per quello che hai fatto, ma non ha la stessa forma di una vittoria o di una sconfitta sportiva. Io poi ho avuto la fortuna di giocare in palazzetti anche con moltissima gente, con tifosi molto rumorosi. Ma in realtà gli atleti non giocano per il pubblico: sono felici che il pubblico ci sia, ma giocano per vincere contro i propri avversari. La prova è il periodo del Covid: le partite giocate a porte chiuse erano meno divertenti, ma non perdevano di senso. Se a teatro invece non c'è il pubblico non esiste il teatro. L'importanza che ha il pubblico a teatro è superiore a quanto avviene nello sport. Poi un'altra cosa incredibile: nei palazzetti il pubblico è molto rumoroso e visibile, nei teatri è silenzioso e lo vedi anche poco, ma lo senti molto di più, perché la relazione che si crea è molto più profonda. La reazione del pubblico è parte integrante dello spettacolo: e questo rientra in quella imprevedibilità di cui parlavi prima. Poi certo, il copione è quello, teatro è più prevedibile di una partita di pallavolo. Ma ciononostante il piacere di ricreare di volta in volta un'atmosfera di grande complicità è qualcosa di molto affascinante».
Insieme a te in scena c'è Beatrice Visibelli: è il tuo alzatore, il tuo Jeff Stork?
Sì, ma forse anche di più: in campo eravamo sei, poi certo Jeff Stork per me è stata una persona fondamentale, ma in scena sono solo con Beatrice. E lei è quella che davvero mi ha accompagnato in questo viaggio nel mondo del teatro, che mi ha insegnato - così come il regista Nicola Zavagli -, a memorizzare un copione, come gestire la voce, come fare uscire le emozioni che da atleta cercavo di controllare. Bea è un misto tra un allenatore e un compagno di squadra».
Torni a Parma: che ricordo hai della città e di quella Maxicono del Grande Slam con cui hai vinto tutto?
«Parma rappresenta una parte importantissima della mia vita, e non solo per i risultati: io sono uscito dal mio piccolo paesino per andare a Parma. Una città che vedevo gigantesca e bellissima, che mi ha accolto con enorme affetto. Cinque anni meravigliosi, fantastici, fondamentali per la mia formazione: poi, per ragioni prettamente economiche, accettai la proposta di Milano e il rapporto con Parma si indurì: fui percepito un po' come un traditore. Fu una chiusura un po' traumatica».
Pensi che tornerà mai la grande pallavolo a Parma?
«Me lo auguro, mi piacerebbe molto: la geografia negli ultimi anni è molto cambiata. Ci vogliono un po' di anni e investimenti rilevanti, multimilionari. Poi certo Parma ha una tradizione che pochi hanno: ma da sola non basta».
Dopo tanti anni l'argento alle Olimpiadi ha un peso diverso per te? E' ancora un rammarico o ci hai fatto pace?
«Sì, adesso ha un colore, un sapore, molto diverso: per un po' di anni mi ha ricordato una sconfitta più che un grande risultato. Da quando ho smesso di giocare lo considero invece un bel ricordo: primo perché un argento olimpico è un grande risultato e poi perché l'amore che la gente ha ancora per noi dipende anche dal fatto che quell'argento ha mostrato la nostra fragilità, la nostra magnifica imperfezione, appunto. Ci ha reso più umani: e questo per me ha un valore inestimabile».
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