Il caso
«Non Dpa: non destinato alla produzione alimentare». È da qui che prende forma la proposta di legge «choc», soprattutto per Parma, che punta a vietare la macellazione degli equidi, riconoscendo a cavalli, asini e muli lo status di «animali da affezione». Per chi trasgredisce, sempre che la legge approdi in Parlamento e venga votata, ci sono pene molto severe: reclusione da tre mesi a tre anni e multe fino a 100mila euro.
«Il Parlamento ha deciso di affrontare una pratica crudele e opaca», dicono i promotori Susanna Cherchi del Movimento 5 Stelle e Luana Zanella di Avs, a cui ha aggiunto la firma anche Michela Brambilla di Noi Moderati. il gruppo bipartisan parla anche di «passaggio atteso da anni, approdato in commissione ambiente al Senato», dopo diversi tentativi rimasti senza esito nelle precedenti legislature.
Ma cosa succederebbe davvero se questa proposta diventasse legge? Per capirlo, ieri tour tra alcune macellerie di Parma, dove la carne equina rappresenta ancora una tradizione radicata, presente sia nelle abitudini quotidiane sia nella cultura gastronomica locale. E la risposta è categorica: «Giù le mani dal nostro cavàl pisst!»
Tra i primi a esprimersi, Fabio Ferraroni, della omonima macelleria e referente per Parma del Gruppo italiano carni equine. Per lui questa proposta «è assurda e va contro il nostro lavoro». Una posizione netta, che richiama il valore della tradizione e che lascia emergere anche il timore di essere messi sotto una luce negativa, come se si trattasse di un’attività da condannare. Subito dopo emergono anche preoccupazioni molto concrete. Alla macelleria Boni, con Luigi Boni, si parla apertamente di conseguenze: il rischio, spiega, è che una norma del genere «porti alla chiusura», perché vietare la vendita «significherebbe mettere in difficoltà l’intera attività» che non riguarda solo Parma, ma molte altre realtà a livello nazionale. In fondo, aggiungono Ferraroni e Boni, «quale reale differenza c'è tra le varie specie animali quando si parla di alimentazione?» Sulla stessa linea anche la macelleria equina Olga, con Eugenio Violi, dove il provvedimento «è semplicemente impossibile da sostenere». La carne di cavallo poi è sana e mangiarla è una delle nostre abitudini più antiche. Una decisione di questo tipo «penalizzerà non solo chi lavora nel nostro settore, ma anche una pagina importantissima della storia gastronomica del nostro territorio».
Ma accanto al bancone non parla solo chi vende. Anche tra i clienti emerge il malcontento per una proposta «semplicemente assurda». Mauro, pur riconoscendo che «tutti gli animali hanno dignità», ricorda come siano da sempre parte dell’alimentazione umana: «nessuno li uccide con piacere, fa parte della vita e della natura». Più legata alla dimensione locale la posizione di Francesco ed Elisa, che parlano di una legge «un po’ dura»: per loro, rinunciare alla carne equina significherebbe rinunciare a un’abitudine tipica, perché «il pesto ci vuole». Ma c'è anche Emma, vegetariana, che la considera una scelta coerente: «sono esseri viventi e non è giusto ucciderli», anche se poi va in macelleria «per comprare il pesto per il mio cane», perché «è sano e costa poco».
Tradizione, lavoro ed etica si intrecciano così in un dibattito che colpisce da vicino i parmigiani e le loro abitudini alimentari. Perché se da un lato a Roma c'è chi vuole ridefinire il ruolo di alcuni animali, in città emergono tradizioni profonde, legate a cultura, economia e identità. Quello che è chiaro è che Parma il cavàl pisst lo ha nel proprio Dna e se passa la legge, chiosa Giuseppe, «ci ribelleremo».
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