INTERVISTA
Il 21 maggio Federico Pizzarotti “compirà” i suoi dieci anni da sindaco, in giugno passerà il testimone. È tempo di bilanci, prima di “scendere in campo” per la campagna elettorale. È tempo, dice lui, di «ringraziare Parma e i parmigiani per questa esperienza che ho potuto vivere, rappresentando la mia città. È una delle cose più belle, anche se molto faticosa – e posso ben dirlo, dopo due mandati – che possano succedere». In questa intervista tra passato, presente e futuro ripercorre le cose fatte e racconta il futuro che si augura, per sé e per la città.
Si dia un voto per i dieci anni da sindaco.
«Sarebbe stucchevole, i voti me li daranno gli altri. Un bel voto, diciamo così, me lo hanno dato i parmigiani cinque anni fa, rieleggendomi per il secondo mandato: cosa non scontata, considerando anche che eravamo una lista da sola, senza partiti, neanche mascherati all’interno».
Dia almeno un voto alla sua prima giunta e alla seconda.
«No, niente voti. È evidente che la prima giunta abbia scontato la mancanza di esperienza. Abbiamo dovuto tutti, io per primo, imparare strada facendo. Nel secondo mandato ho fatto le scelte con maggiore cognizione di causa. Una cosa è certa: tutti, nella prima e nella seconda giunta, hanno dimostrato impegno, onestà, dedizione alla città, al di là dei risultati raggiunti».
I tre provvedimenti di cui è più orgoglioso.
«Primo, le scuole. Oggi, con le risorse del Pnrr, tutti parlano di scuole e asili. Noi abbiamo fatto tantissime opere di manutenzione – penso alla ricostruzione della Racagni – e di nuove costruzioni, come la scuola al Castelletto. Siamo stati presi come punto di riferimento da tante altre città. Secondo, la gestione dei rifiuti. Tema controverso, ma i fatti dicono che eravamo una città con una percentuale di raccolta differenziata molto bassa e oggi abbiamo fatto scuola. E poi, il tema dei diritti: per le donne, per le coppie monogenitoriali, per le coppie separate. Abbiamo cercato di essere un punto di riferimento».
Gli errori che non rifarebbe.
«Tante volte ho dato per scontato di essere stato compreso, ho agito in tempi troppo brevi. Penso che uno dei miei punti di forza sia la capacità di prendere decisioni. Però ho imparato che prima è importante coinvolgere tutti, spiegare bene e farsi capire. Siamo migliorati, negli anni: penso al tavolo del commercio di Casa, o a quello della cultura di Guerra. All’inizio, tanti battibecchi con associazioni di categoria, ma oggi c’è una grande coralità, nessun può dire che manca il confronto».
Il rammarico più grande.
«Non essere riusciti ad avere un torrente accessibile, con la possibilità di usarlo per un momento di svago, per passeggiare, come polmone verde della città. Sarebbe stato un grande valore aggiunto, non abbiamo avuto il tempo né le risorse».
Se fosse passata la legge per il terzo mandato, pensa che avrebbe vinto di nuovo?
«Non lo so. La storia si scrive con i fatti, non con le supposizioni. Certo il gradimento della giunta è molto alto, lo dicono anche i sondaggi che stanno uscendo. E anche il mio personale è alto. Segno che la gente riconosce che abbiamo lavorato con grande impegno. In ogni caso, se anche avessi potuto non mi sarei ricandidato».
Sicuro?
«Sì, penso che dieci anni, per una città come Parma, sia il tempo giusto. Poi servono energie nuove. Non è un tema di attaccamento alla poltrona, un’accusa a chi, nei Comuni piccoli, decide di ricandidarsi per il terzo mandato. Dieci anni sono tanti: sono entrato in Municipio a 39 anni, esco a 49. Ho lavorato più come sindaco che in tutte le società dove ero impiegato prima. Adesso è giusto ci siano persone e squadre diverse, con un’altra energia, un’altra freschezza e anche un punto di vista diverso per fare crescere la città».
Parma è più bella di dieci anni fa?
«È diversa. Non è una signora falsamente truccata, com’era dieci anni fa. Vero, qualcuno dice “c’era più cura”: ma se li ricorda gli scandali sulla piantumazione delle rose, sugli appalti per il verde pubblico? Ricordo sempre che abbiamo spento la fontana di barriera Repubblica, perché quando era accesa nessuno pagava le bollette. Noi abbiamo risanato le bollette, ristrutturato la fontana per non perdere decine di migliaia di euro di acqua all’anno e poi l’abbiamo riaccesa, più bella di prima. Quando si guarda al passato, le cose sembrano sempre più belle. Anche la prima auto, anche se era un catorcio, perché dava la libertà. Ma non dimentichiamo che per avere tariffe bassissime, per offrire servizi diversi ci si è indebitati, si sono vendute azioni, si è depauperato un patrimonio che era della città».
Sta tornando all’antica polemica sul rischio default?
«In uno dei primi consigli comunali dopo la mia elezione, in un confronto dialettico con Buzzi, ho detto ”Abbiamo mangiato caviale e Champagne, mentre avremmo potuto permetterci solo delle bruschette”. Era proprio così. Adesso va di moda rimpiangere quei tempi: ma chi vende un modello di città che non esiste più, perché è cambiata la società, cerca solo di mistificare la realtà».
La città è più sicura di dieci anni fa?
«È cambiata la società. Nel 2013 si puntava il dito contro i profughi di colore. Negli anni, cambiano le criticità. Oggi ci sono ragazzi che hanno difficoltà di comportamento sociale, le cosiddette baby gang: ma è un fenomeno comune a tutte le città. Una volta San Leonardo era considerato un quartiere ghetto: oggi non più, ma il quartiere ha altri problemi. Tutto dipende dai cambiamenti della società. Solo una criticità ha attraversato tutte le stagioni».
Quale?
«La carenza di personale. Siamo andati infinite volte a Roma: dalla Cancellieri, da Minniti, da Salvini, dalla Lamorgese, sempre per protestare perché eravamo sotto organico. Da tutti la stessa risposta: impossibile fare assunzioni. Lo stesso problema lo affrontano da anni le forze dell’ordine».
Parma è più pulita?
«Abbiamo incrementato i servizi e la tecnologia: più spazzamenti, più lavaggi, aspiracicche in giro per la città, più spazzatrici meccaniche. Abbiamo cambiato il modello di raccolta. C’è anche un tema di percezione: uno vede un sacchetto un’ora o due in strada e pensa che la città sia più sporca. Bisognerebbe ricordarsi i materassi abbandonati di fianco ai cassonetti, o la puzza che usciva dagli stessi cassonetti, prima di lamentarsi».
Quindi non pensa mai, vedendo marciapiedi invasi da sacchetti gialli e bidoni, che il “funerale del cassonetto” sia stato un errore?
«Assolutamente no. È un punto qualificante della nostra azione politica, tante città hanno seguito il nostro esempio, andando in contrapposizione al modello del bruciare i rifiuti. Anche l’impianto inaugurato qualche giorno fa da Iren – uno dei più grandi in Italia per la gestione di plastica e cartone, che toglierà ulteriori materiali che oggi vengono bruciati – rientra nella stessa linea. Ai critici dico di andare a fare un giro in provincia, in un comune dove esistono ancora i cassonetti. E a chi parla di metterli sottoterra chiedo: lo sapete che a Parma se scavi trovi di tutto? E non parliamo dei costi, ammesso di trovare dove interrare i cassonetti. Il nostro modello è il più flessibile e il più economico».
Parma capitale della cultura: un successo, un’occasione mancata, o cosa?
«Un’occasione centrata per il modello che abbiamo messo a punto e per quello che ci lascerà. Ma anche un’occasione mancata per colpa della pandemia. Fino al maggio del 2020 avevamo prenotazioni per il 90 per cento delle camere di albergo. Siamo passati a zero in una settimana. È evidente che questo ci è mancato. Ma non dobbiamo dimenticare la Piazza piena, gli eventi dell’11, 12 e 13 gennaio, e poi lo “stop and go”, la ripartenza. Penso che abbiamo fatto il meglio che si potesse fare con la pandemia».
Cosa resta alla città?
«Tante cose. Un modello pubblico-privato che sarà la chiave di volta anche per il futuro, per la gestione di alcuni spazi culturali e degli eventi. Anche indicazioni turistiche capillari, un’applicazione in cui inserire tutti nostri eventi per prenotare e trovare informazioni».
Tema infrastrutture: la sua amministrazione ha fatto abbastanza?
«Se penso alle infrastrutture cittadine abbiamo fatto tanto: pur non espandendo la città abbiamo realizzato tante strade che si aspettavano da anni, creato tante piste ciclabili e progettato la chiusura del collegamento tra tangenziale Nord e tangenziale Sud e la rotatoria all'incrocio tra via Mantova e via Parigi. Siamo stati tra i primi in Italia ad approvare il Pums, piano urbano per la mobilità sostenibile».
E sulle infrastrutture sovracomunali?
«Nel primo mandato abbiamo scontato il contrasto assoluto da parte di tutte le principali istituzioni: eravamo uno dei pochi Comuni 5 stelle in Italia, tra i più importanti, nessuno voleva collaborare con noi. Questo ci ha molto penalizzato, ma non ci siamo demoralizzati. Sull’aeroporto siamo sempre stati coerenti, facendo tutto ciò che un’amministrazione comunale poteva fare, considerando che la gestione è di un soggetto privato. Ma la concessione definitiva, che Parma aspettava da vent’anni, l’abbiamo ottenuta noi, andando più volte a Roma per “trattare”. Poi, strada facendo, abbiamo stretto un buon rapporto con la Regione e con Bonaccini: e allora abbiamo aperto una serie di discussioni: sulla fermata dell’Alta velocità, sulla Ti-Bre. Ricordiamoci che Delrio, dopo aver chiuso il lotto del tratto fino a Trecasali, ha detto chiaro e tondo “Ok, però adesso si fa il collegamento con la Cispadana”. E invece noi continuiamo a lavorare perché la Ti-Bre diventi una realtà».
Quali sono le priorità per Parma?
«Tutte le opere che abbiamo citato. E anche un’altra, che è rimasta ferma per colpa della pandemia: il miglioramento dell’accessibilità per la Fiera. Abbiamo già un progetto pronto, l’allora ministro De Micheli si era preso l’impegno di finanziarlo, poi è arrivato il Covid. È un’altra cosa importante da portare avanti nei prossimi anni».
Cosa ne pensa dell’uscita di Prodi sulla Mediopadana e delle polemiche anti Parma del sindaco di Reggio?
«Prodi ha detto quello che noi diciamo da anni. È evidente che la Mediopadana avrebbe dovuto essere a Parma e che a Reggio sono stati bravi a sfruttare le nostre debolezze e le indecisioni. La lezione, quindi, è non avere più indecisioni. Anzi, avere le idee chiare per il bene della città: e noi le abbiamo, sia come Effetto Parma sia come coalizione. Quanto al sindaco di Reggio, io non intendo certo entrare in conflitto: a me interessa pensare a Parma e portare risultati a Parma».
Pensa che la Regione ci abbia trascurato?
«Ma no. Non dobbiamo cadere nella vecchia retorica di Bologna “lontana”, forse era vero con il Pci degli anni Settanta, ma adesso proprio no. C’è una grande collaborazione. E l’obiettivo è rafforzare questo rapporto, portando a casa risultati. Nei giorni scorsi il ministero delle Infrastrutture ha promesso 15 milioni per migliorare l’accessibilità alla stazione Mediopadana. Bene, noi non polemizziamo. Ma stiamo studiando come potrebbe essere la fermata di Parma, che potrebbe costare un centinaio di milioni: e contiamo di ottenerli nei prossimi anni. Sarebbe importante tornare ad avere un dialogo più proficuo con Roma: ma in questi anni la politica nazionale a Parma è stata assente. Non voglio dire che dovremmo avere l’appoggio di una maggioranza allargata alla Draghi, ma più convergenza, su temi così importanti per il territorio, questo sì».
A proposito di Regione, è vero che Bonaccini ha avuto un ruolo determinante nel favorire l’alleanza tra Pd e Effetto Parma?
«No, non ha avuto un ruolo determinante. Riconosco invece il ruolo determinante del gruppo che ha fatto parte di questo tavolo di coalizione allargata in cui erano presenti tutte le forze politiche che oggi si candidano. Con grande costanza, fondata su valori, principi e obiettivi, è maturata una decisione saggia, approvata anche dalla parte del Pd che all’inizio era più critica. È stato determinante anche il ruolo di Michele Guerra, molto bravo a fare sintesi. Certo, anche Bonaccini era favorevole all’accordo, e anche il Pd regionale alla fine ha apprezzato: sono 25 anni che il Pd non vince. Uniti si vince: è il nostro slogan ed è la verità. E poi, mi lasci dire che chi sostiene che l’accordo è stato imposto da Bologna farebbe bene a guardare in casa propria».
Si riferisce al centrodestra?
«Certo, hanno barattato Parma con altre città, vedi Verona, che evidentemente per Lega e Fratelli d’Italia erano più importanti. Basta guardare come si sono comportati: Fratelli d’Italia non si è ancora esposta con un proprio candidato, dopo averne sondato diversi. La Lega aveva espresso un proprio candidato, poi lo ha lasciato – secondo me in modo scorretto – per convergere su un altro nome. Per forza: a Roma hanno deciso così».
Quali sono le qualità che riconosce a Guerra? Ma dica anche un difetto.
«Ha sicuramente una grande capacità dialettica, di ascolto, di fare sintesi di un gruppo: il tavolo di Parma 2020 e tante altre situazioni lo dimostrano. Penso al Festival del cinema: in passato si era provato a raggruppare le diverse iniziative sotto un unico cappello, ma non ci si era riusciti. Michele invece ha saputo mettere insieme le diverse anime e ad avere un evento più grande e più bello. Un difetto? Mah (ci pensa a lungo, ndr). Più che trovare un difetto, gli do un consiglio: dovrà sviluppare attenzione a 360 gradi sulla città. È normale che un assessore sia concentrato sulle proprie deleghe. Fare il sindaco significa sganciarsi dal singolo problema, dalla singola delega, e pensare alla città da ogni angolazione. Coordinando gli assessori, ma lasciando al tempo stesso grande libertà: è quello che ho fatto io per dieci anni e che consiglio a Michele di fare».
Il Pd chiede a Guerra discontinuità con il passato. Lei come la vede?
«Era un tema tirato fuori, nella dialettica pre accordo, da una parte del Pd. Io dico che una persona nuova ha inevitabilmente idee nuove e modi di fare diversi. Siamo in una situazione completamente nuova, rispetto alla monolista con la quale abbiamo vinto le ultime due elezioni. Perfino il sindaco di Milano, Sala, dopo essere stato rieletto, ha detto “saremo in discontinuità con la giunta precedente”. Qui la situazione è diversa a prescindere, ed è anche giusto che ci siano idee diverse. Poi è chiaro che su certi temi non si può certo pensare di tornare indietro: se per discontinuità si intende rinnegare il passato, no. Sì, invece, a correggere quello che c’è da correggere, sì a idee nuove per nuove sfide. Ce ne sono tante, anche “figlie” della pandemia. Ci sono nuove problematiche dei ragazzi, ci sono nuove povertà. Di certo, oggi all’interno della coalizione c’è un bellissimo clima di collaborazione. Ho sentito dire da diversi esponenti del Pd – e lo ripeto volentieri – che notano un clima migliore rispetto alle altre volte in cui c’erano state le primarie».
Lei si candiderà?
«Aspettate la prossima settimana per saperlo. Di sicuro il mio nome sarà nel simbolo, di sicuro sono con Effetto Parma, sono a fianco di Michele Guerra per spingere Effetto Parma. E sono concentrato per fare sì che la lista ottenga un grande risultato».
Quali sono i suoi progetti per il futuro? Non dica curare le api in montagna.
«Una delle criticità del nostro territorio è avere un collegamento debole con la politica nazionale. Io ci sarò: per realizzare progetti per la mia città, io ci sarò. Adesso, però, pensiamo a vincere la sfida delle amministrative, poi penseremo al futuro».
Qual è il candidato sindaco che teme di più?
«Ho grande rispetto per tutti, ognuno cerca di rappresentare un proprio punto di vista sulla città. Ma non faccio nomi: lo scopriremo dopo il primo turno».
© Riproduzione riservata
Gazzetta di Parma Srl - P.I. 02361510346 - Codice SDI: M5UXCR1
© Gazzetta di Parma - Riproduzione riservata