sentenza
Ai figli non più il cognome paterno ma quello di entrambi i genitori o anche solo quello della madre. Dopo decenni di battaglie delle donne e di inutili sollecitazioni al legislatore, la Corte costituzionale con una sentenza supera quello che ormai appariva come un retaggio patriarcale e allinea finalmente l’Italia agli altri Paesi europei. E batte sul tempo il Parlamento che proprio in questi giorni, in Commissione Giustizia al Senato, sta compiendo un ciclo di audizioni sui tanti disegni di legge sul doppio cognome presentati sin dall’inizio della legislatura da quasi tutti i partiti.
La decisione era attesa dopo che la Corte a gennaio con un’ordinanza aveva deciso di sollevare davanti a sè stessa la questione della legittimità costituzionale della automatica acquisizione da parte dei figli del cognome del padre. E di andare così alla radice del problema, rispetto alle richieste più limitate che le avevano rivolto il tribunale di Bolzano e la Corte d’appello di Potenza. In quella occasione, richiamandosi a sue precedenti pronunce, aveva definito l’attuale sistema di attribuzione del cognome paterno ai figli, sancito dall’articolo 262 del Codice civile, «retaggio di una concezione patriarcale della famiglia», e di «una tramontata potestà maritale, non più coerente con i principi dell’ordinamento e con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna».
«Siamo commossi, siamo consapevoli di avere scritto una pagina importante, forse storica», commenta la coppia della Basilicata da cui è partito tutto con una istanza al tribunale di Lagonegro nel 2020, per ottenere di attribuire il cognome materno anche al terzo dei loro figli. Nella diffusa soddisfazione del mondo politico spicca la reazione di Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia, che mette in guardia sugli «effetti negativi della sentenza sulla famiglia che si troverà a discutere, in caso di disaccordo, davanti a un giudice per stabilire la precedenza del cognome».
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