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TEATRO REGIO

Shirin Neshat, l'estetica del dissenso: «Il lutto in Gluck e le proteste in Iran»

L'incontro con la regista di «Orfeo ed Euridice». Venerdì il debutto

Shirin Neshat - L'estetica del dissenso: «Il lutto in Gluck e le proteste in Iran»

di Althea Squiccimarro

21 Gennaio 2026, 20:17

Artista visiva e regista iraniana capace di attraversare linguaggi e media differenti, Shirin Neshat costruisce immagini poetiche in cui corpi velati, calligrafie e forti dualismi – Islam e Occidente, esilio e appartenenza, religione e potere, mascolinità e femminilità – diventano strumenti di una riflessione estetica e politica profonda.

Dissidente iraniana residente a New York dal ‘79, Neshat ha presentato ieri pomeriggio al Teatro Regio di Parma il suo nuovo allestimento di «Orfeo ed Euridice», nel corso di un incontro moderato dal sindaco Michele Guerra, in vista dell’inaugurazione della Stagione d’opera 2026 del tempio del melodramma. 

«Io non voglio essere identificata come artista politica, ma essendo un’artista iraniana non posso non esserlo», afferma Neshat, figura di spicco della scena internazionale dell’arte contemporanea e Leone d’Oro alla Biennale di Venezia. Per la prima volta in Italia firma una regia lirica di ampio respiro, offrendo una reinterpretazione visiva e concettuale del mito di Christoph Willibald Gluck. Eseguita nella versione viennese del 1762, con la direzione musicale di Fabio Biondi e l’esecuzione della Filarmonica Arturo Toscanini insieme al Coro del Teatro Regio di Parma, l’opera assume una forma dichiaratamente contemporanea. Infatti, decisa ad abbattere i confini della tradizione, la regista smitizza la vicenda di Orfeo ed Euridice sottraendola all’aura sacrale per ricondurla a una dimensione profondamente umana e politica. Estetica e impegno non sono mai separabili: «Un’opera deve avere un significato, altrimenti la bellezza non ha senso. Tutto è politico, anche Orfeo ed Euridice, perché parla di amore, sofferenza e del dolore per la perdita di qualcuno, temi che oggi ci riportano inevitabilmente alle proteste in Iran».

Al centro della regia resta poi l’elemento fondante della sua ricerca: il corpo, soprattutto quello femminile. Mai superficie trasparente, ma spazio opaco, resistente, carico di significati. I corpi parlano attraverso il silenzio, la voce e i canti primitivi e disarticolati che esplodono in lavori come Turbulent (1998). A questi si intrecciano i paesaggi naturali e costruiti di Rapture (1999), metafora della ricerca di libertà delle donne iraniane: «Le donne sono spesso violate e discriminate dal governo iraniano, ma sono anche resilienti, ribelli, forti. In ogni lavoro mostro questa trasformazione». Il bianco e nero, poi, cifra stilistica costante dell’artista, attraversa anche i cinque film inseriti in apertura e chiusura dell’opera – tra cui Fervor (2000), Soliloquy (1999) e Passage (2001). «Per me il bianco e nero ha un valore profondo: il colore è troppo conciliatorio. Serve un linguaggio severo per rappresentare il paradosso tra uomo e donna, cultura e natura, dolore e amore, libertà e morte». 

L’opera lirica diventa così un’esperienza immersiva e potente: «È come una protesta, un pugno nello stomaco, capace di coinvolgere lo spettatore in un modo che altre forme d’arte difficilmente riescono a trasmettere».

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