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L'appello

«Salviamo il Marabù»

05 agosto 2015, 07:00

«Salviamo il Marabù»

Umberto Spaggiari

Alla fine degli anni Settanta apriva i battenti a Villa Cella, la megadiscoteca «Marabù», impianto che per due generazioni ha rappresentato per molti giovani un luogo di divertimento nonché di ritrovo.

Il grande impianto sorto a lato della via Emilia, e la cui intitolazione richiamava l'esotico uccello dalle lunghe zampe e dal becco enorme, è ben presto diventato uno fra i più prestigiosi locali della regione, con afflusso di clientela sempre crescente non solamente dalla provincia reggiana, ma anche dal parmense, dal modenese, dal mantovano e persino oltre. Nei 23 anni di apertura qui sono passate le più famose star nazionali ed internazionali, sotto il balenio delle luci psichedeliche della grande pista, sono sorte amicizie, amori e si sono vissute emozioni rimaste, per tanti giovani, indelebili. Qui si sono esibiti, tra i tanti, Grace Jones, Lucio Dalla, Miguel Bosè, De Andrè, Renato Zero, Baglioni, Venditti, i Pooh, i Rockets. Nel gennaio del 1982 l'allora giovane rocker Vasco Rossi ha ricevuto il primo premio come rivelazione dell'anno, con la canzone «Ogni volta», nell'ambito del tredicesimo premio nazionale de «Il Paroliere», manifestazione che ha portato a Reggio i più famosi cantautori. Nella discoteca la Rai ha inoltre effettuato più volte inchieste di costume, e nel 1984 vi è stato girato anche un film.

Il degrado

Dopo gli oltre due decenni di brillante attività, l'enorme complesso situato a lato della via Emilia, nel 2000 ha chiuso i battenti ed oggi, a causa della conseguente incuria, è nel degrado. I segni del declino sono evidenti, tutto è quasi irriconoscibile. Le erbacce coprono ogni cosa, il caratteristico tunnel di ingresso, gli oltre 350 metri della pista da ballo, il palcoscenico, gli spazi che un tempo erano organizzato a servizio bar, l'area estiva esterna organizzata con discoteca, piscina collinette verdi e cascate d'acqua. «Vederlo in queste condizioni fa male al cuore» commenta un cittadino.

La realtà del Marabù, considerata una delle discoteche più belle, è finita, ma il suo mito non è spento e c'è chi tra i frequentatori della leggendaria discoteca, e sono veramente tantissimi, ne auspica il recupero ed invoca un concreto intervento capace di salvare un pezzo di storia reggiana.

L'appello in rete

Il problema non è semplice, inoltre la crisi economica ha rallentato gli investimenti, ma sull'onda di questo auspicio, il popolo della rete ha lanciato il messaggio «Salviamo il Marabù». Il tam tam della comunicazione ha rilanciato immediatamente un susseguirsi di condivisioni, spesso associate alla nostalgia per un'epoca irripetibile. «Che tristezza vederla cadere così - scrive Francesca -. E' stata la discoteca top degli anni migliori. Peccato che nessuno di chi comanda abbia fatto nulla». Al riguardo Deanna lancia un appello: «Non c'è nessuno dei paperoni reggiani interessati a questo mostro sacro? Vi prego, fatelo rivivere!». «Era un simbolo - scrive Maria -. Per me che venivo dal sud, quando vi sono andata la prima volta è stato un sogno». Si reputa addirittura un fortunato Daniele perché «ho ballato in questo tempio della musica». Nella speranza che il sogno si avveri, il passaparola elettronico sembra non conoscere sosta.

L'arlìa con il Jumbo, l'Astro e il Taro Taro

Era il 21 ottobre del 1977 quando il Marabù aprì per la prima volta i battenti: «E per noi parmigiani in un certo senso rappresentava la concorrenza - confessa Robi Bonardi -. Senza tirare fuori il campanilismo, noi eravamo quelli dell'Astro, del Jumbo e del Taro Taro». Quasi fossero due partiti, per colpa di quella sana «arlìa» che divideva Parma da Reggio Emilia, gli storici deejay di casa nostra raramente hanno superato l'Enza per salire sulla console del Marabù. Anche se, in quel caso la destra guardava sempre cosa faceva la sinistra. «Il Marabù rappresentava lo sviluppo della diversificazione delle discoteche e l'alternativa alla stessa discoteca club, più di nicchia - continua Bonardi -, per cui ha avuto lo slancio della competizione sotto l'aspetto ludico». Con il sorriso sulle labbra, certo, ma l'arlìa allora non era davvero così nascosta, «anche se era più inventata che reale - continua Bonardi -. Tuttavia, qualche serata al Marabù l'ho fatta anch'io, per quella pace tra le due città molto cara anche ai gestori del locale. E gli inviti ai deejay parmigiani non mancavano, nonostante i resident fossero sempre loro: Enzo Persuader, Marco Campagnoli e gli altri. Del Marabù ricordo la grande mescolanza di pubblico, i jeans e le camice strette e colorate». L'altra faccia della disco: «Negli anni '70 e '80 il Marabù era più afro delle discoteche di Parma, mentre negli anni '90 era più house»: Roberto Passera è stato il deejay del Marabù per la stagione '92 e '93, «anche per il periodo estivo insieme a Polly - continua Passera -. D'inverno ero nel privée con la mia deep house, mentre d'estate facevo le aperture a Gianni Parrini. C'è una cosa che non dimenticherò mai: l'ufficio del proprietario, Ivo Callegari, con le pareti piene di foto di tutte le star ospiti del Marabù».

E Carlo Maffini? «Io ero al Jumbo e all'Astro, per cui al Marabù sono andato solo qualche volta - confessa il deejay del Jumbo story -. Sono andato per qualche concerto e a vedere Frankie Knuckles, il deejay americano che ha inventato l'house. Il Marabù era una delle grandi discoteche del tempo e come il Jumbo faceva tremila persone ogni volta. Certo, qualche parmigiano andava anche là a ballare». Paolo Alfieri del Taro Taro story al Marabù ha fatto il corso da deejay nei primi anni Ottanta: «Gli insegnanti erano Daniele Davoli e Lucio Vannelli e il corso si svolgeva il sabato pomeriggio - spiega Alfieri -. E io ero l'unico parmigiano. Ma l'arlìa tra Parma e Reggio non riguardava la discoteca. Parma da questo punto di vista ha una storia più importante, anche perché i localoni sono nati prima qui: non a caso chi ha disegnato il Marabù è lo stesso che anni prima ha disegnato il Taro Taro e cioè l'ingegner Lolli. Insomma, a Parma siamo stati dei pionieri». M.V.

La dj parmigiana che ha inaugurato il Marabù

In 23 anni di storia, la chicca è un'altra. Quasi un paradosso, vista l'annosa e divertente «arlìa» tra Parma e Reggio. Lo sapevate che a inaugurare il «Marabù» quella sera d'ottobre del lontano 1977 in console c'era una parmigiana? Che può vantare di essere stata la prima deejay donna di tutto il Paese. Si chiama Nadia Sacchi e scovarla non è stato semplice. Ora è titolare della profumeria «Cipria» di Basilicanova e quando pensa a quella sera è ancora emozionata: «Ero agitatissima quella sera, basta dire che avevo davanti a me 4 mila persone». Nata a Fontevivo, dopo il diploma, Nadia Sacchi ha iniziato a lavorare al «Discobolo» di via XX Marzo: «Conoscevo tutti i deejay italiani - continua - perché venivano nel nostro negozio a comperare i dischi d'importazione. Dopo qualche anno, mi è capitato di andare a trovare il mio amico Uber nella discoteca di Montecchio. E lì c'è stata la svolta: ho cominciato a mettere i dischi in console, nei suoi momenti di pausa. Il titolare della disco era particolarmente contento di avere una donna in console, così ho cominciato a suonare al venerdì e al sabato. Dopo circa un mese, a Montecchio si è presentato Ivo Callegari, uno dei soci proprietari del Marabù e mi ha ingaggiato per l'apertura». Quella sera del 21 ottobre 1977, accanto a Nadia c'era Jimmy Browning, un vero showman e il tema era la discomusic: «Ero molto agitata - ripete Nadia - da una pista con 300 persone ero passata al Marabù con 4 mila persone, una delle discoteche più grandi d'Italia. La console era quadrata ed enorme, sopraelevata rispetto alla pista da ballo. I privée erano pochi: c'erano tanti divanetti attorno a un grande palco di almeno 20 metri, dove salivano le star per i concerti». E com'è andata? «Benissimo - risponde Nadia -, nonostante la tensione che era davvero tanta. Ma non era stata una serata improvvisata: l'avevamo studiata e ben preparata». Dopo tre mesi in terra «straniera», Nadia è tornata a casa: «E' così - conclude -. Dopo tre mesi sono stata chiamata al Jumbo, dove sono rimasta per cinque anni. Tuttavia, quello del Marabù è un bel ricordo: si lavorava dal mercoledì alla domenica ed erano tanti i clienti parmigiani. Il Marabù era la novità e i giovani arrivavano da diverse città del Nord».

Mara Varoli

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