Gup
L'alcol l'offuscava e le armava il braccio. Ed era anche tra le cause dei continui litigi. «Smetti di bere» le chiedeva il convivente: e lei smetteva, per prenderlo a botte. Più volte un parmigiano di 46 anni si è dovuto rivolgere al pronto soccorso, per farsi curare dopo gli incontri ravvicinati non proprio amorevoli con la compagna dell'Est, di otto anni più giovane.
A nulla sono valsi gli avvertimenti né il divieto di avvicinamento con il quale si è cercato di tutelare la vittima dei ripetuti assalti: la donna (che non aveva nemmeno una casa nella quale stare) ha infranto anche la misura cautelare. Così da gennaio è in carcere a Bologna, dove resterà dopo essere stata giudicata con rito abbreviato ieri dal Gup Sara Micucci per maltrattamenti e lesioni personali ed essere stata condannata a due anni e due mesi.
Definirlo un rapporto burrascoso è poco, e forse la sentenza non sintetizza tutto quanto è avvenuto all'interno della coppia. Di «tangibile» ci sono i referti medici presentati dall'uomo: sommati, portano a una prognosi di 97 giorni. Ma c'è anche lo stato di malessere di lei, il cui passato non dev'essere proprio rose e fiori, se alla fine la bottiglia è diventata la sua prima compagna. Una condizione di profondo disagio (e sofferenza) della quale il giudice ha tenuto conto nell'emettere la sentenza definita equa dall'avvocato Cinzia Feci, non intenzionata a ricorrere in appello. «Peccato solo non avere trovato una struttura nella quale ricoverare la nostra assistita che ha già intrapreso in carcere un percorso di disintossicazione - ha sottolineato la responsabile della difesa della donna -. Dovremmo riuscire a breve a trovare il luogo idoneo, e allora presenteremo un'istanza per la sostituzione della misura cautelare».
Vari gli episodi raccontati dall'uomo. Un giorno, mentre i due erano in bagno, il 46enne sarebbe stato spinto nella vasca, per poi essere bagnato dalla testa ai piedi con il doccino. In un'altra occasione, sarebbe di nuovo crollato per una spinta di lei, ma questa volta le lesioni ammontarono a 15 giorni. Ovvio che gli scontri fisici fossero preceduti da scambi di «gentilezze» verbali: come quando la donna se la sarebbe presa con la madre del compagno, per poi calargli la bistecchiera sulla testa e spedirlo all'ospedale con l'occhio destro acciaccato.
Nell'aprile dello scorso anno, a portata di mano ci sarebbe stato un coltello da cucina, e l'uomo finì con una ferita alla testa guaribile in dieci giorni. Sembra tuttavia che a volte non fosse solo lei a bere: pare che fossero entrambi alterati, quando la donna, innervosita per qualche motivo, secondo le accuse, sferrò un morso alla mano destra di lui. Anche stavolta il 47enne dovette farsi curare al pronto soccorso: medicato, venne dimesso con una prognosi di dieci giorni. Prognosi destinata a essere rivista «al rialzo» di 5 giorni: una settimana dopo, nel corso dell'ennesimo vivace scambio di idee, erano saltati alcuni punti dalla mano ferita.
Ma potevano anche essere gli oggetti a fare le spese delle ire ad alta gradazione. Nel maggio scorso, durante una lite, fu il cellulare di lui a finire in frantumi. Mentre in settembre l'uomo sarebbe stato preso a calci e pugni per strada. Il motivo? Avrebbe cercato di dissuadere la compagna dal dormire su una panchina. Fu la giornata più nera dal punto di vista medico: lui finì all'ospedale e stavolta la prognosi fu di 30 giorni. Ancora non s'era ripreso, quando lei (sempre stando alle accuse) le aizzò contro il cane, oltre a picchiarlo con la stampella alla quale lui era costretto ad appoggiarsi. Altri 15 giorni di prognosi. Anche la sentenza emessa dal Gup può corrispondere a una «prognosi». La pena non è stata sospesa: la speranza è che nel periodo di detenzione la 38enne possa liberarsi da ciò che rischia di annegare la vita a lei e a chi le sta accanto.
Roberto Longoni
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