Processo
Lì per lì ai carabinieri parve un intervento come tanti: per una lite familiare, con la donna costretta a subire maltrattamenti. «Il mio compagno è geloso, mi perseguita e mi aggredisce: mi ha appena fatto male al braccio» riferì lei, allora 37enne. Tuttavia, il suo racconto non convinse i militari: le frasi erano sconnesse, l'alito puzzava d'alcol, lo sguardo era vitreo e il braccio si muoveva senza impedimenti. Fu il convivente, ascoltato in separata sede, a raccontare come stavano le cose: era la donna, travolta da un periodo difficile, a comportarsi in modo violento. E che assumesse i farmaci prescritti dallo psichiatra con massicce dosi d'alcol rendeva tutto più complicato. La situazione era diventata insostenibile al punto che i due figlioletti vivevano più con le nonne che in casa con i genitori.
Della situazione avevano avuto sentore i carabinieri, che una sera, un paio di mesi prima, erano intervenuti dopo che la donna, al culmine di una lite, si era affacciata al balcone inveendo contro i passanti. Durante i litigi (a volte anche davanti ai bambini) raffiche di oltraggi erano dirette dalla donna al convivente e ai suoi familiari, condite anche da minacce di «tagliare la gola» al padre dei propri figli. La donna sarebbe andata anche oltre le parole, prendendo a pugni in faccia il compagno in un'occasione e in un'altra scagliandogli il cellulare in testa. Una volta, fatta salire sulla «gazzella» dai carabinieri, sferrò testate contro la paratia di plexiglass che divide i sedili anteriori dai posteriori. Un'altra, in un bar se la prese con gli stessi militari, dopo aver insultato il compagno. Fatti che portarono il gip a emettere, su richiesta del pm, dapprima un'ordinanza di allontanamento dalla casa di famiglia e poi, vedendo che l'arma era spuntata, il divieto di avvicinamento a meno di 300 metri e di comunicare con qualsiasi mezzo con il compagno. Erano stati seguiti i passi del Codice rosso, quello che quasi sempre vede come parte offesa quella femminile.
Era il febbraio del 2022. Pochi mesi di incubo sembravano aver reso tutto irrecuperabile. Invece, la denuncia del compagno («L'ho sporta non per nuocerle, ma per scuoterla» ha dichiarato lui) è servita. Messa con le spalle al muro, rendendosi conto di rischiare di perdere tutto, la donna ha chiesto aiuto ai servizi sociali. Ha chiuso con l'alcol, si è disintossicata e ha seguito la terapia prescritta dallo psichiatra. Da tempo la coppia si è riformata, dopo che lo stesso avvocato del compagno in una memoria presentata in tribunale ha sottolineato la svolta radicale nella vita di lei. Insieme, la coppia ha affrontato anche il processo nel quale la donna era imputata per maltrattamenti in famiglia. A chiedere l'assoluzione è stato lo stesso pm Lino Vicini, non ravvisando gli estremi del reato («Si è trattato di episodi singoli, in un arco di tempo limitato e non di particolare gravità»). Il giudice Giuseppe Saponiero ha accolto la richiesta. Chiuso il fascicolo, chiuso il capitolo nero per una coppia che ha saputo reggere alla cattiva sorte.
Roberto Longoni
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