VIOLENZA
Meno di un anno era passato da quando Silvia (la chiameremo così) aveva deciso di riscomettere sul futuro. A 54 anni aveva messo da parte paure e dubbi e si era trasferita a casa di lui, un anno più di lei. Si era detta che valeva la pena tentare. Ricominciare a sperare.
In quei primi dieci mesi, nonostante qualche discussione per cose - spesso - assolutamente banali, non aveva avuto ripensamenti. Di quei litigi, a volte incolpava addirittura anche se stessa. «Sono io che porto avanti la famiglia, tu dai pochi soldi», le rimproverava spesso. A volte Silvia provava a giustificarsi, abbozzava una risposta, altre volte si limitava a incassare, perché il giorno dopo tutto sarebbe passato. Ma la sera del 3 dicembre 2024 era stata lei a chiedergli come mai lui in quel periodo si stesso comportando in un modo un po' strano. «Mi ha accusato di avere un'altra», dirà poi lui ai carabinieri. Poco importa quale sia stata la miccia, ma poco dopo Silvia era finita contro la porta a vetri della camera da letto: scagliata da lui, con una violenza inaudita. Si era ritrovata a terra con tagli in più parti del corpo, e poi al Pronto soccorso scoprirà che anche una vertebra lombare si era fratturata. Dolori terribili, con una prima prognosi di 90 giorni. E l'altro ieri il compagno - 56enne, origini piacentine, ma da tempo residente a Parma - è stato condannato a 6 mesi per lesioni aggravate. La scelta del rito abbreviato gli ha consentito di poter beneficiare dello sconto di un terzo della pena. La gup Sara Micucci gli ha concesso la sospensione della pena, a patto che segua un percorso di riabilitazione nel centro Ausl «Liberiamoci dalla violenza».
Quella sera di dicembre, dal divano si era precipitato verso la cucina, dove Silvia stava preparando la cena. Era partito a razzo, appena lei aveva cominciato a fargli domande sul suo comportamento. Sui suoi silenzi. Sulle sue assenze. Sui suoi toni un po' aggressivi. Non c'era stato nemmeno il tempo di discutere, perché lui si era alzato di scatto dal divano urlando: «Ti ammazzo».
Silvia aveva chiuso immediatamente l'uscio della cucina, ma lui era riuscito comunque a trascinarla fuori. Afferrata e scaraventata contro la porta della camera. Che si era sbriciolata in un istante. E Silvia era caduta a terra: i vetri si erano conficcati in varie parti del corpo. Aveva tagli sulla schiena, su un gluteo, su una mano ed escoriazioni sparse, anche sul volto. Il dolore l'aveva spezzata in due: trascinandosi, aveva raggiunto il letto. Faceva fatica a parlare, ma era riuscita a pronunciare il suo grido d'allarme ai carabinieri.
Subito dopo era stata accolta in una struttura del Centro antiviolenza e a lungo aveva dovuto indossare un busto per la frattura alla vertebra della schiena. Le ferite sul corpo, quelle che hanno richiesto mesi prima di cicatrizzarsi. Le altre, quelle che più profonde, non se ne sono ancora andate.
Georgia Azzali
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