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la storia

Gabriele Allodi: l'intervista che non s'è potuta fare

La sorella e gli amici ricordano il difensore scomparso lo scorso aprile

Gabriele Allodi L'intervista che non s'è potuta fare

di Remo Gandolfi

29 Ottobre 2022, 11:09

Non è, questa, una delle solite interviste di questa rubrica. Il protagonista stavolta è Gabriele Allodi. Gabriele però non è più con noi. Il suo cuore si è fermato nell’aprile di quest’anno. Il suo nome era tra quelli dei grandi personaggi del calcio parmense in lista per un’intervista. Non abbiamo fatto in tempo. Ma non ci sembrava giusto rinunciare. I suoi tanti, tantissimi amici si sono uniti e hanno raccontato a Cristina, la sorella di Gabriele, tutto quello che hanno condiviso con lui nei tanti anni passati sui campi di calcio della provincia. E Cristina, insieme a loro, ha risposto a quella che non è più una semplice intervista ma il ricordo di una persona speciale reso possibile dai tanti amici che hanno aiutato Cristina con ricordi e aneddoti e che all’unisono hanno dedicato a Gabriele un pensiero: «Non pensare neanche per un momento, “Allo” , che quaggiù qualcuno ti abbia dimenticato».

Una carriera legata ad una società in particolare: l’Aurora. Ci vuoi raccontare gli inizi del percorso di Gabriele?
«Siamo nati e cresciuti nel quartiere Pablo e l’Aurora ne è sempre stata il punto di riferimento. Mio fratello amava il calcio e l’Aurora divenne subito una sorta di seconda casa. Anche mio padre, pure lui di piazzale Pablo, era innamorato di questo gioco a tal punto che non si è mai perso una sua partita».
Ci racconti dei suoi primi maestri?
«I primi allenatori a cui Gabriele fu sempre molto legato sono stati Franco Mulazzi , il suo primo “mister” in assoluto e poi Maurizio Luccioni, altra persona straordinaria».


Gabriele aveva un idolo da bambino al quale si ispirava?
«Era milanista sfegatato e direi che Franco Baresi, che giocava nel suo stesso ruolo, è sempre stato una sorta di punto di riferimento per lui. Fisico, tecnica e personalità».
Ma quando sono “sbocciate” le qualità di Gabriele?
«Da bambino in realtà non era particolarmente slanciato e disinvolto; è stato intorno ai quindici anni che con la buona tecnica di base sono arrivate quelle qualità fisiche che gli hanno permesso di iniziare a farsi notare. So che gli piaceva molto fare gol e rimanemmo tutti un po’ stupiti quando iniziò a giocare da difensore».


Poi arriva la prima stagione in Categoria. Cosa sai di quel periodo?
«Qui sono stati fondamentali i ricordi dei suoi amici. Era la stagione 1991-92. Gabriele era entusiasta di andare in giro per la provincia a giocare con gli adulti. Allora c’erano tante persone che seguivano i ragazzi della propria zona e alle partite c’erano sempre tanti appassionati. In quella prima stagione di Seconda Categoria si salvarono all’ultima giornata, contro il Bedonia. Per Gabriele e i suoi compagni fu come vincere la Champions League!».
D’estate l’agenda era sempre piena di tornei. Campora era una delle destinazioni preferite di Gabriele. Ci racconti come arrivò a giocare da quelle parti?
«Fu per merito di Matteo Brando, un amico che passava l’estate in quel bellissimo paesino della collina parmense. Fu lui a contattare Gabriele e il suo inseparabile amico Rossano Scita. Gabriele era entusiasta di andare a giocare con quel gruppo di ragazzi. Mi disse che gli sembrava di conoscerli da sempre tanto era il calore con cui venne accolto. So che vinsero anche tanti tornei in quel periodo ma lui preferiva raccontare del “terzo tempo”…».
Pur avendo sempre giocato da difensore o da centrocampista difensivo Gabriele segnava anche parecchi gol. Ce n’è uno in particolare di cui ti hanno parlato i suoi amici?


«Non so se fu il più bello ma lo ricordo perché in quel gol c’era tutto mio fratello, con il suo senso dell’umorismo e la sua simpatia. In una partita contro il Montecavolo segnò un bel gol su calcio di punizione. Palla all’incrocio dei pali ... solo che c’era un buco nella rete e la palla uscì. Gli avversari provarono a convincere l’arbitro che la palla non era entrata. Allora Gabriele si avvicinò all’arbitro e vedendolo incerto, gli disse «Arbitro, chieda pure al ragno se la palla è entrata o no …»
Chi sono i compagni di squadra che Gabriele ricordava come particolarmente bravi?
«Ne nominava tanti e aveva grande stima per tutti. Diciamo che Luca Bindani e Marco Catelli sono quelli che gli sentivo nominare più spesso».
C’è un aneddoto o un episodio particolare della carriera di Gabriele che ci vuoi raccontare?
«Ci fu una cosa che ricordo rese particolarmente orgoglioso Gabriele. In una partita a Bobbio il loro mister (Giancarlo Cella, primo allenatore di Pippo Inzaghi ndr), tutte le volte che mio fratello toccava palla, si lasciava andare ad elogi sperticati nei suoi confronti. Non era frequente che un allenatore avversario si comportasse a quel modo e Gabriele ne rimase molto lusingato».


Dopo tanti anni all’Aurora arriva la stagione al Sant Ilario.
«Per Gabriele fu la prima esperienza fuori da piazzale Pablo. Era curioso ma anche un tantino preoccupato anche se con lui c’erano Bindani e Romanini che avevano giocato con lui all’Aurora oltre a Mister Bianchi. In realtà si trovò benissimo. C’era una sana “arlia” tra parmigiani e reggiani all’interno dello spogliatoio ma avevano legato in campo e fuori e ogni venerdì sera finivano sempre per uscire insieme».
Infine, come sempre, formazione ideale dei suoi ex-compagni di squadra ... mister compreso.
«Qui ovviamente ho dovuto ricorrere totalmente ai suoi amici di sempre: Montanari in porta; dietro, vicino a Gabriele, ci sono Giovanni Mezzadri (“quello cattivo”) e Luca Mezzadri (“quello veloce”). Esterni, Cristiano Mattioli e Francesco Uccelli. I tre in mezzo: Simone Testa, Simone Mazza ed Eric Romanini (Marco Ocozzoli pronto a subentrare); In attacco Gianmarco Catelli (Marco Annoni riserva) e Luca Bindani (con James Bondi come rincalzo). In quanto agli allenatori Gabriele si legò praticamente a tutti quelli che aveva avuto in carriera. Barbarini, Mantovani, Bianchi e Mezzadri perché diceva sempre che da tutti aveva imparato qualcosa».

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