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Editoriale

Proteggiamo la nostra privacy in rete

Il valore della privacy nella vita dei cittadini

di Ruben Razzante

30 Gennaio 2023, 14:02

Fino agli anni novanta parlare di privacy non sembrava così decisivo per la vita delle persone. Non c’erano restrizioni nella circolazione delle informazioni e nessuno si faceva domande sulla protezione della riservatezza dei dati personali. Negli ultimi trent’anni, però, la produzione legislativa in materia ha recepito una crescente sensibilità sociale verso la tutela dei nostri dati, che sono diventati una vera ricchezza per l’economia digitale e che ormai sono disseminati nello spazio virtuale come piume di un cuscino rotto. La crescita vertiginosa del traffico on-line ha moltiplicato rischi e opportunità per gli internauti, chiamati non solo a rispettare le norme dettate a tutela della privacy ma anche a darsi scrupolose regole di comportamento in grado di arginare i pericoli di un’anarchica gestione delle proprie informazioni. Il diritto si è infatti dimostrato in costante affanno nel disciplinare le situazioni di volta in volta prospettate dalla realtà virtuale e l’autoregolamentazione ha supplito di frequente all’inadeguatezza dei modelli giuridici ideati per assicurare una efficace tutela della privacy in Rete.

La verità è che forniamo quotidianamente dati personali per fruire di beni e servizi apparentemente gratuiti, ma che in realtà per noi hanno un prezzo salato, che è la rinuncia al controllo esclusivo delle nostre informazioni. Veniamo profilati dai social e dai motori di ricerca in base alle nostre azioni, ai click, ai like che mettiamo. E’ come se lasciassimo tracce indelebili dei nostri percorsi di navigazione, a beneficio di chi ci invia pubblicità non richiesta, calibrando i messaggi promozionali sui gusti e le preferenze che manifestiamo con le nostre scelte digitali e che concorrono a tracciare un nostro profilo particolareggiato.
Il problema è la diffusa sottovalutazione del fenomeno, vissuto con naturalezza e/o rassegnazione dalla stragrande maggioranza degli utenti, inebriati dalla facilità di accesso a una molteplicità di funzioni e scarsamente consapevoli della costante erosione della propria sfera di riservatezza da parte delle piattaforme. Ormai sarebbe riduttivo parlare di semplice necessità di una gelosa custodia dei segreti. In ballo c’è la nostra sovranità digitale intesa come riappropriazione della capacità di scelta di utilizzare le nuove tecnologie tutelando i dati che vengono maneggiati e trasmessi nell’ecosistema virtuale.
Proprio per accendere i riflettori sul tema, creando un’occasione solenne di approfondimento e sensibilizzazione, è stata ideata la Giornata europea della protezione dei dati, in calendario sabato scorso, e che, al di fuori dell’Europa, viene chiamata Giornata della privacy.

Proprio ai fini di un salutare ricentraggio rispetto all’esigenza inderogabile di difendere la propria privacy, quella Giornata può assumere un valore strategico e non meramente celebrativo. Far percepire al variegato universo degli utenti della Rete, dalle persone alle imprese agli Stati, l’importanza di assicurare uno stabile equilibrio tra diritti spesso in competizione, adoperando con giudizio la bussola orientatrice della conciliazione tra libertà e responsabilità, può rivelarsi la strada giusta per far crescere la cultura della riservatezza. La Giornata mondiale della privacy, che si celebra ogni anno il 28 gennaio, serve a sottolineare l’importanza della protezione dei dati personali nell’era digitale.
Per quanto riguarda il Vecchio Continente, la giornata è stata istituita dal Consiglio d'Europa il 28 gennaio 2006, data in cui la convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei dati, nota come “Convenzione 108”, è stata aperta alla firma. Dunque sabato si è celebrata la diciassettesima Giornata europea della protezione dei dati personali.

L’innovazione tecnologica pone costantemente nuove sfide alla tutela della riservatezza e richiede un supplemento di sforzi delle istituzioni e dei singoli per capitalizzare i frutti del progresso senza compromettere la crescita individuale, che si nutre anche di rispetto della privacy. Proprio con riferimento alle nuove frontiere dell’innovazione tecnologica, oggi a Roma, in un convegno promosso dall’Autorità garante per la protezione dei dati personali per celebrare la ricorrenza e intitolato “Il Metaverso tra utopie e distopie: orizzonti e sfide della protezione dei dati”, verranno messe a fuoco le problematiche legate all’impatto che il Metaverso, nuovo “habitat” digitale, avrà sulle relazioni sociali e sui comportamenti dei singoli, sulle loro libertà e e i loro diritti, così come sui processi decisionali della collettività.
Metaverso vuol dire “andare oltre”. Il Metaverso è un ambiente globale in cui convergono soluzioni tecnologiche che consentono l’interazione tra gli utenti. Il rischio è che “nel Metaverso atopico, senza collocazione spaziale, e anche anomico, cioè senza leggi, ci si trovi in presenza di giardini recintati, il che significherebbe tornare al medioevo digitale”, avverte Pasquale Stanzione, Presidente dell’Autorità per la privacy.

La nuova esperienza immersiva potrebbe amplificare a dismisura i rischi per la privacy, stante la capacità del Metaverso di includere dati biometrici, espressioni facciali e movimenti fisici. I protocolli di sicurezza e le normative sulla privacy potrebbero risultare non applicabili a quei mondi virtuali, il che comporterà l’esigenza di definire un nuovo quadro regolatorio. Al pari delle precedenti rivoluzioni collegate al web, vale a dire internet, l’e-commerce, i social media e gli smartphone, quella del Metaverso sta spiazzando operatori del settore, esperti di diritto, decisori istituzionali e legislatori. Ogni piattaforma dovrà conoscere l’identità dell’avatar per poter funzionare, per cui sarà impossibile l’anonimato. Resterà problematica l’identificazione della legge applicabile, perché in un mondo virtuale è da sempre arduo individuare la giurisdizione di riferimento.
Nell’attesa che le nebbie relative al Metaverso si possano diradare, persone, imprese e istituzioni sono chiamate ad esaminare con cura i riflessi che una cattiva gestione della privacy può avere sulla qualità della vita sociale, sul clima aziendale, sul benessere organizzativo. Piani di protezione, backup e ripristino dei dati dovrebbero far parte di una strategia globale di sicurezza dei dati che enti pubblici e soggetti privati sono chiamati a varare e implementare. Quanto ai singoli, per rendere sempre meno complicato e via via più costruttivo il rapporto con la privacy digitale, diventa indispensabile mettere al centro il valore (prezioso) dei nostri dati, evitandone la svalutazione e le facili condivisioni.

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