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Quel concerto di Dylan al Parco Ducale nel giugno del 2010

di Francesco Monaco - Pierangelo Pettenati

23 Maggio 2021, 07:00

Un genio della musica popolarea Parma: non succedevada oltre 20 anni,da quando «the genius» Ray Charles si esibì in piazza Duomo: stavolta sotto le stelledel Parco Ducale, location che ha debuttato come meglio non si poteva, c'è Bob Dylan con la sua scintillante e tostissimaband a inondare il «giardino pubblico» di un torrenziale rock blues.

Partenza alle 21,40: il primo pezzo è la marcetta «Rainy day women#12 & 35». Tutti in piedi, dalla giunta (quasi al completo nelle prime file) al pubblico degli altri settori, che subito però si riversa nelle corsie laterali (ci sono anche Cesare Cremonini e Malika Ayane).

Dylan, manco a dirlo, è nerovestito, sembra un navigato fazendero messicano che nasconde chissà quale formula magica nel suo pozzo. Dressed in black anche la band, con Charlie Sexton, ancora legato all'amplificatore con il vecchio cavetto, che sembra un giovane Ry Cooder. Il secondo pezzo è «It ain't me»: ballata robusta, ma quasi irriconoscibile rispetto all'originale (la cantava anche il suo vecchio amico Johnny Cash con June Carter). Poi «Stuck inside of Mobile with the Memphis blues again», ovviamente più ruvida della scoppiettante versione di «Blonde on blonde». Si alzano fischi, ma sono per chi, restato in piedi nelle corsie laterali mentre il resto del pubblico era disciplinatamente tornato a sedersi, impedisce di fatto agli altri di vedere.

Arriva anche «Just like a woman»: Dylan, che si destreggia tra organo e chitarra, è lì in piedi che fa cantare il ritornello al pubblico: della dolcezza dell'originale non c'è più traccia, ma è bello sentire invecchiare un capolavoro insieme al suo stesso autore. Ed ecco il primo assolo di armonica: tiratissimo, pieno, umano

Squilla una tromba: è quella del polistrumentista Donnie Herron che segnala l'arrivo di «Beyond here lies nothin'» dal recentissimo «Together through life», praticamente un salto di 45 anni. Anche se pochi lo conoscono, è un pezzo caldissimo che fa avvampare l'atmosfera: una delle highlights del concerto.

«Tangled up in blue» è proprio un'altracanzone (come se fosse stata immersa in quel famoso pozzo), con assolo di Sexton e Dylan che prende il giro il ritornello. Purtroppo, in platea,

le discussioni continuano tra chi non vuol saperne di smettere di togliere la visuale a chi avrebbe pagato per vedere il concerto seduto: un vero peccato per chi, venuto a sentire Dylan ha dovuto litigare e cantare «seduti».

E non si può nemmeno dire «è il rock bellezza»: è solo maleducazione che il servizio d'ordine non è riuscito ad arginare.

Ma lo show continua: «Honest with me» (da «Love & Theft», altro album della terza età) è al calor bianco. Recile pesta sui tamburi, Dylan spreme la tastiera come uno sciamano jazz. «Love sick» potrebbe quasi essere un pezzo di Tom Waits: voce roca e suono impolverato. Dallo stesso disco anche la torrida «Cold irons bound»; la scelta delle canzoni e l'arrangiamento col quale maschera e rigenera le canzoni è spiazzante e rivela, ancora una volta, un Dylan diverso da come si ricordava. E, forse, anche da come molti si aspettavano. In ogni caso, un Dylan in gran forma.

Come a sottolineare i cambiamenti, ecco «I feel a change comin' on» dall'ultimo disco; un classico, se fosse stata anch'essa su «Blonde on blonde». Il classico arriva con «Highway '61 revisited», ma è un hard rock di stampo psichedelico anni '70, con unincendiario scambio di assoli tra l'organo di Dylan e la chitarra di Sexton.

Un pizzico di swing con «Spirit on the water» e poi, a conferma del suo attuale stato di grazia, due memorabili versioni di «Thunder on a mountain» (puro rock'n'roll)» e di una «Ballad of a thin man» capace di toccare letteralmente il cuore. Questo concerto tanto atteso, memorabile e,inevitabilmente, contestato (ma non per la musica) si è chiuso con un dittico da pelle d'oca: «Like a rolling stone» (spesso indicata come la più bella canzone di tutti i tempi), e «All along the watchtower» a tre chitarre spianate, ancora più vicina alla versione di Hendrix che non all'originale.

Un finale che, polemiche a parte, non può non mettere d'accordo tutti: dobbiamo tutti qualcosa a Bob Dylan, chiunque esso sia._

(Ha collaborato Aldo Tagliaferro)

© Riproduzione riservata

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