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Bruno Mora, il cuore e il genio dell'Oltretorrente

Bruno Mora, il cuore e il genio dell'Oltretorrente

10 Dicembre 2023, 03:01

Per molti (di sicuro per quelli che hanno avuto la fortuna di vederlo in azione) Bruno Mora è stato il giocatore parmigiano più forte di sempre.

Attenzione però. Mora è nato a Parma ma è nato in Oltretorrente, e questo non è un aspetto secondario.

Lì ci sono nati Arturo Toscanini, Guido Picelli e Alberto Michelotti.

Come tutti i parmigiani (e non solo) sanno, l’Oltretorrente è storicamente il quartiere più autentico, più verace. Se nascevi lì negli anni in cui è nato Bruno Mora, venivi forgiato quasi sempre nella miseria e per uscirne dovevi avere queste due qualità: una forza di volontà non comune e un grande talento.

Bruno Mora è nato qui, nel 1937, e a lui nessuna di queste due qualità è mai mancata.

Lo si poteva facilmente notare quando in quei vicoli dell'Oltretorrente con un pallone di stracci o di cartone arrotolato faceva diventare matti i suoi coetanei con le sue finte e le sue serpentine.

Bruno è orfano di padre. Era un ingegnere e la guerra se l’è portato via. Il ragazzino con il pallone ci sa fare davvero. Gli inizi sono nella Giovane Italia, squadra storica della città e fucina inesauribile di talenti. C’è un torneo in provincia di Mantova al quale partecipa anche la Sampdoria. Quel ragazzo magrolino, veloce come un fulmine e che sa accarezzare e all’occorrenza “frustare” la palla, è una spanna sopra tutti gli altri.

La Sampdoria non ci pensa un solo secondo. Bruno a quindici anni parte per Genova con la sua valigia di cartone. Va a vivere in una famiglia che lo ospita... come accadeva allora. Vitto e alloggio e qualche soldino in tasca per un gelato o un panino.

Nel 1957, a vent’anni, Bruno Mora fa il suo esordio in Serie A con la squadra ligure. Il pubblico doriano si innamora immediatamente di lui. Gioca all’ala. È magrolino e sveltissimo. Salta l’uomo con estrema facilità e a dispetto di quel fisico minuto dispone di un tiro secco, non solo preciso.

Nel novembre del '59 arriva addirittura l’esordio in Nazionale, contro l’Ungheria. Finisce 1-1 e l’impressione destata da Mora non lascia dubbi: l’Italia ha trovato la sua ala destra per parecchi anni a venire.

Oggi come allora un giovane davvero forte in una squadra di seconda fascia ci rimane poco. È la Juventus campione d’Italia in carica che batte la concorrenza degli altri squadroni del nord e inserisce nel suo già fortissimo undici titolare il ragazzo di Parma.

La Juventus rivince lo scudetto e Mora si inserisce con estrema facilità in un attacco che, anche se ha perso Boniperti, giunto al capolinea della carriera, ha nel gigante gallese John Charles e nel terribile mancino argentino Omar Sivori due fuoriclasse di livello mondiale.

Nella stagione successiva però arrivano problemi di diversa natura. Il primo e più importante è che la Juventus è protagonista di una stagione disastrosa chiusa al 12° posto e con la seconda peggior difesa del campionato.

Mora ha anche parecchi problemi con Sivori a cui con le sue giocate strappa spesso la ribalta. Le discussioni tra i due sono sempre più frequenti e Mora (nato in Oltretorrente, non va dimenticato) non le manda certo a dire al fortissimo ma spesso arrogante argentino.

A questo si aggiungono voci sempre più frequenti sulla passione di Mora per il “gentil sesso” e per la vita notturna.

È un ragazzo giovane, piacente e che dopo l’infanzia e l’adolescenza in miseria ama vivere la vita fino in fondo. Ma le sue prestazioni in campo restano di alto livello e queste voci sembrano più una scusa per poter dare la possibilità alla Juventus di riassestare la sua difesa ballerina cedendo il suo talentuoso attaccante in cambio di un difensore di valore.

A dare questa opportunità sarà il Milan di Nereo Rocco che ha appena vinto il campionato ma al quale non è sfuggita la qualità di questo ragazzo che a parere dell’indimenticabile “Paron” è perfetto per integrare la creatività di Gianni Rivera e l’abilità sotto porta di José “Mazzola” Altafini.

E così Mora si trasferisce al Milan con il libero Sandro Salvadore che nell’estate del 1962 fa il percorso inverso. Il 1962 è anche l’anno dei nefasti Mondiali in Cile dove l’Italia viene picchiata ed eliminata dai padroni di casa del Cile, assecondati da una pavida direzione di gara dell’inglese Aston.

Mora sarà uno dei pochi a salvarsi in quella spedizione riuscendo anche a segnare un gol nella netta vittoria contro la Svizzera.

Nel Milan si inserisce con estrema facilità. Altafini va a nozze con i palloni che Mora gli serve dalla fascia e con giocatori come Rivera e Dino Sani alle spalle il Milan del “presunto” difensivista Rocco è una macchina da gol.

In campionato non riesce a tenere il passo dei cugini nerazzurri ma già dai primi turni diventa chiaro qual è l’obiettivo dei rossoneri: portare per la prima volta in Italia la Coppa dei Campioni.

I rossoneri riescono nell’impresa battendo in finale i campioni uscenti del Benfica a Wembley.

Il Milan rimane nelle prime posizioni del campionato anche nelle due stagioni successive e Mora continua ad essere titolare indiscutibile della Nazionale che si è nel frattempo conquistata un posto ai prossimi mondiali inglesi del 1966.

La stagione 1965-1966 è iniziata in maniera decisamente promettente per i rossoneri. Nelle prime dodici partite arriva una sola sconfitta e si torna a parlare di Scudetto.

Si arriva così al 12 dicembre. Il Milan gioca a Bologna e l’avvio è tutto dei rossoblù. Dopo 34 minuti il punteggio è sul 2-0 per i padroni di casa grazie ai gol di “Testina d’oro” Pascutti e di Perani. Il Milan reagisce e su un bel pallone filtrante di Rivera Mora si incunea velocissimo da destra e si presenta da solo davanti a Spalazzi, portiere del Bologna.

Con una finta si porta verso il centro dell’area facendo passare la palla alla destra del portiere. Quest’ultimo, ormai scavalcato, nel disperato tentativo di fermare il velocissimo numero 7 del Milan allarga la gamba andando a colpire quella sinistra di Mora. Tutto il peso del corpo è proprio su quella gamba. L’impatto è terribile. Ci sono alcuni fotografi dietro la porta che sentono distintamente il rumore di ossa spezzate. Le nitidissime foto dell’epoca sono ancora oggi per stomaci forti. La gamba sinistra di Mora è spezzata e piegata in un angolo innaturale.

C’è chi si mette le mani nei capelli, chi si copre gli occhi, chi si china su di lui cercando di portargli conforto.

I Mondiali del 1966 Mora li guarderà da spettatore e quantomeno potrà consolarsi di non aver fatto parte di una Nazionale battuta dalla Corea del Nord ed eliminata ancora una volta al primo turno.

Mora tornerà in campo oltre un anno dopo. Segnerà quattro reti nelle ultime otto partite (compresa una bella doppietta alla Spal) ma qualcosa nel suo gioco si è perso. Rocco lo adora, i compagni pure. Gianni Rivera stravede per lui. Ha solo 31 anni e il Milan continua ad aspettarlo. Anche nella stagione successiva, quella dei trionfi in Coppa dei Campioni e dell’Intercontinentale, Mora è ancora nei ranghi.

Giocherà la miseria di tre partite in tutta la stagione. Due in campionato e una in Coppa Italia. Il calcio di alto livello per lui è storia chiusa.

Ma Mora è dell’Oltretorrente, ricordate?

Non molla. Torna nella sua Parma che naviga tristemente in Serie D. Bruno mette anima e corpo per la squadra della sua città. Non ha più lo spunto di prima dell’infortunio ma ha intelligenza, esperienza e una voglia matta di giocare a pallone. Non riesce a giocare spesso come vorrebbe ma quando lo fa è decisivo. Dodici presenze e tre reti il suo bottino che aiutano il Parma (allora «Ac Parmense») a vincere il campionato e a tornare in Serie C. Anche l’anno successivo Bruno Mora è in rosa e anche se sempre con il contagocce le sue apparizioni in prima squadra sono sempre importanti. Segnerà l’ultimo gol tra i professionisti il 4 ottobre del 1970 in una partita vinta dal Parma al Tardini contro il Venezia.

A 34 anni si chiude l’eccellente carriera di un calciatore che nei suoi anni migliori è stato uno degli attaccanti di fascia più forti della storia del nostro calcio. Uno che meriterebbe di essere menzionato al pari dei Causio, dei Bruno Conti, dei Meroni, dei Claudio Sala e dei Donadoni ma che per gli strani scherzi del pallone viene troppo spesso dimenticato.

Terminata la carriera di calciatore, intraprende quella di allenatore. Ma non di grandi squadre. No, lui non solo amava Parma ma preferiva lavorare con i giovani. Diventa così allenatore nel settore giovanile del Parma e a lui va il merito di aver scoperto e lanciato calciatori del valore di Carlo Ancelotti e Nicola Berti ma soprattutto Stefano Pioli, suo autentico pupillo. L’attuale allenatore del Milan giocava nella Primavera del Parma di cui Mora era l’allenatore. Nel febbraio del 1983 il mister della prima squadra, Giancarlo Danova, viene sollevato dall’incarico. La squadra viene affidata a Bruno Mora che alla sua primissima panchina (una trasferta a Carrara) lancia immediatamente in squadra Stefano Pioli, diciottenne già temprato e maturo e nelle cui doti Mora crede ciecamente.

Sarà proprio lui che consiglierà a Giovanni Trapattoni, allora allenatore della Juventus ed ex-compagno di squadra di Mora nel Milan, l’acquisto del giovane difensore parmense che l’anno dopo, nell’estate del 1984, arriverà alla corte della “Vecchia Signora”.

Bruno Mora se lo è portato via un maledetto tumore allo stomaco nel dicembre del 1986 quando aveva solo 49 anni. Poco dopo sarebbe nato il grande Parma, quello di Calisto Tanzi e di Nevio Scala, suo ex-compagno al Milan e del quale Mora sarebbe diventato un referente assoluto vista la sua grande capacità di scoprire e di crescere talenti.

Il destino ha voluto diversamente ma a Parma ci sono due cose di cui sono tutti convinti : che grazie a Bruno Mora di grandi calciatori Il Parma calcio ne avrebbe sfornati tanti altri… ma che forti come lui non ce ne saranno mai più.

Remo Gandolfi

© Riproduzione riservata

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